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di Antonio Ferrero

La Stampa, 16 febbraio 2025

Ammetto il mio scetticismo ma un convegno infrasettimanale sul problema della salute in carcere non credevo avrebbe suscitato grande interesse: viviamo un’epoca di radicalizzazione delle posizioni ideologiche e di rinnovato sospetto verso la diversità e le sofferenze di chi sta in carcere sono per lo più ignorate se non, nemmeno troppo velatamente, ritenute meritate. Pertanto constatare che la sala polivalente CDT di Cuneo ieri era gremita per il convegno “Salute in carcere: un diritto negato?” mi ha piacevolmente sorpreso.

L’iniziativa dell’evento è partita dalle consigliere regionali Giulia Marro e Alice Ravinale, in collaborazione con l’associazione Co.N.O.S.C.I. e aveva come obiettivo sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sull’importanza di garantire un accesso equo e adeguato alle cure per le persone detenute. È una scommessa non da poco poiché l’attuale polarizzazione sociale e politica tende a spingere sempre più verso gli estremi di un malinteso pietismo o del cattivismo del “buttiamo via la chiave”. Invece, gli ospiti intervenuti hanno saputo mantenere un apprezzabile equilibrio sottolineando alcuni aspetti che vale la pena rilanciare oltre la ristretta cerchia degli addetti ai lavori.

Il primo, ripreso più volte dal Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Bruno Mellano, dalla consigliera Giulia Marro, dal presidente del Co.N.O.S.C.I. Sandro Libianchi oltre che da buona parte dei relatori, è che il problema della salute in carcere non può essere ignorato perché tocca l’intero territorio.

In particolare, per quanto riguarda le dipendenze da droghe o da psicofarmaci: il 30% dei reclusi ha problemi di dipendenze, il che significa o che le droghe sono state all’origine dei reati che li hanno condotti in prigione, o che il carcere ne ha amplificato o addirittura ha dato inizio al problema che, se non adeguatamene affrontato, si ripeterà aggravato appena usciranno. Curare le dipendenze dei carcerati significa anche garantire la sicurezza della città in cui verranno reinseriti una volta scontata la pena. Detto egoisticamente: preoccuparsi della salute fisica e psichica dei detenuti serve forse più a noi “fuori” che a chi è “dentro”.

Anche perché spesso il carcere alimenta l’uso e l’abuso di sostanze non necessariamente illegali ma che danno dipendenza. Lo ha spiegato con chiarezza il giornalista Luca Rondi presentando i risultati di un’inchiesta svolta per la rivista Altraeconomia in cui ha rivelato come nelle prigioni italiane la circolazione di stupefacenti illegali sia impensabilmente diffusa e come gli stessi trattamenti terapeutici per i reclusi troppo spesso presentino dosaggi fino a cinque volte maggiori di quanto prescritto per chi è libero. Questo perché il ricorso a trattamenti eccessivi risulta un utile supporto per mantenere l’ordine in condizioni di carenza di organico della polizia penitenziaria.

È molto comune che giovani con disagi legati a uso di psicofarmaci o droghe in carcere vedano trasformato il loro problema in dipendenza. Per questo diversi relatori, il garante Bruno Mellano in testa, hanno sottolineato come il titolo corretto del convegno avrebbe dovuto eliminare il punto interrogativo, affermando senza remore che la salute in carcere è un diritto negato. Per motivi di dinamiche e equilibri interni alle istituzioni penitenziarie ma anche per una certa difficoltà amministrativa di rapporti tra le Asl locali, che di fatto hanno in carico anche i detenuti, e il ministero della Giustizia che deve occuparsi della gestione pratica dei reclusi.

Che il problema della salute in carcere non sia alieno all’intera società è stato spiegato con puntualità dalla sociologa Franca Beccaria attraverso i dati di una ricerca che evidenzia come tutti i giovani finiti in prigione e con problemi di dipendenze abbiano sottolineato, nessuno escluso, che all’origine del malessere che li ha portati a delinquere vi siano stati disagi con le famiglie (troppo rigide o assenti) o con la scuola che non ha fatto nulla per valorizzarli o cercare di favorirne l’inserimento in società. Insomma, il problema della salute dei detenuti riguarda soprattutto noi.