La Repubblica, 17 febbraio 2026
Il ritorno del paradigma sulla pericolosità, che organizza i servizi con prestazioni farmacologiche. L’importanza dell’eredità di Basaglia. Giovanna Del Giudice, psichiatra e autrice del volume Basaglia oggi. Un pensiero necessario, intervistata da Federica Ciavoni su CARE, una delle riviste di Pensiero Scientifico Editore, dice: “La via italiana alla salute mentale sta attraversando tempi bui, dal punto di vista sanitario, culturale, organizzativo, dei diritti. Dal punto di vista scientifico - ha aggiunto - osservo un ritorno egemone del paradigma biomedico focalizzato sulla pericolosità, che determina un’organizzazione dei servizi tesa drammaticamente alle prestazioni farmacologiche”.
Il dossier della Caritas. Del libro si è parlato durante la presentazione del Rapporto ‘Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati’, promosso da Caritas Italiana, in collaborazione con la Conferenza permanente per la salute mentale nel mondo Franco Basaglia, di cui Del Giudice è presidente. “In Giovanna Del Giudice - ha detto don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, durante la mattinata di presentazione del Rapporto - abbiamo trovato consonanze e questo ci dimostra che si può costruire una rete tra contesti di origine diversa, ma con lo stesso obiettivo di inclusione e sostegno delle persone fragili. La diversità di competenze diventa una ricchezza”.
Uno studio che dimostra come si possa agire concretamente. Il Rapporto - si legge ancora nell’articolo pubblicato da CARE - è un lavoro richiesto dal Cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, che ha affidato la questione del disagio mentale tra le emergenze. “È l’inizio - ha spiegato don Marco Pagniello - di un percorso di ricerca che ci dia strumenti concreti anche per fare opera di sostegno attivo nei luoghi istituzionali: questo studio serve a dimostrare che si può agire concretamente”.
Contenere il rischio di tornare indietro. Lo stesso Cardinale Zuppi è intervenuto alla presentazione sottolineando che: “L’attenzione della Caritas alla salute mentale è fondamentale per contenere il rischio di tornare indietro: siamo consapevoli delle difficoltà e dei cambiamenti ma dobbiamo continuare a seguire l’intuizione fondamentale di Basaglia. L’integrazione socio-sanitaria è una grossa sfida - ha detto ilpresidente della CEI - ma la risposta da parte delle istituzioni è insufficiente. Questo Rapporto chiede responsabilità. La contaminazione dell’alleanza non è facile da mettere in pratica”.
Il lavoro sul territorio delle Caritas diocesane. Dalle testimonianze delle Caritas diocesane è emersa l’importanza di partire dalle esperienze, dalle persone e dai territori. Silvia Bagnarelli - della Caritas diocesana di Perugia - ha spiegato che “è la povertà materiale che spinge a rivolgersi ai nostri 43 centri di ascolto, ma dietro c’è qualcosa di più profondo che richiede un ascolto attento. Negli ultimi cinque anni il tema della salute mentale è stato centrale nel nostro lavoro quotidiano e, se associato alla povertà, rende più complessi i percorsi di accompagnamento che realizziamo. Il disagio psichico privo di una rete di supporto porta alla marginalità estrema e lo stigma della povertà e quello della salute mentale si sommano e si intrecciano”.
Si diffonde e aumenta la sofferenza psichica tra le persone più fragili. Ha rilevato un aumento della sofferenza psichica anche Cristina Soardi, (Caritas di Bergamo): “le persone più fragili faticano a raggiungere i servizi di cura per diversi motivi, la mancanza di una rete familiare, i documenti non in regola, l’assenza di residenza e l’inconsapevolezza del bisogno di cura poiché la sofferenza viene sedata con l’uso di sostanze”. Parliamo di migranti traumatizzati, donne vittime di violenze, minori soli. Insomma - si legge ancora nell’articolo di Federica Ciavoni - i servizi specialistici non sembrano in grado di individuare questi bisogni complessi. Parliamo di migranti con traumi, donne vittime delle dinamiche della strada e giovani entrati in Italia come minori non accompagnati, che a 18 anni devono uscire dalle comunità di accoglienza e non riescono a orientarsi. “E’ così - ha sottolineato Cristina Soardi - che si crea un circolo vizioso tra povertà e sofferenza psichica, che in strada si amplifica e allontana la possibilità di accedere alle cure”.
Lo stato della salute mentale in Italia. Federica De Lauso, ricercatrice del Servizio studi e ricerche di Caritas Italiana e tra le curatrici del volume, ha precisato che il lavoro ha integrato l’analisi qualitativa, raccogliendo informazioni da focus group di alcune Caritas diocesane, con dati quantitativi. È stato fatto un confronto longitudinale tra i dati del 2024 e quelli del 2014 e si osserva un peggioramento trasversale dello stato della salute mentale in Italia, soprattutto nella fascia tra i 14 e 19 anni, tra le donne e i migranti. Il numero di persone seguite dai servizi della Caritas è aumentato del 62%, ma il dato allarmante è che sono cresciuti del 154% i disturbi psichici tra le persone prese in carico.
Il disagio mentale convive quasi sempre con la povertà. Nell’80% dei casi queste condizioni di disagio mentale coincidono con situazioni di povertà materiale, relazionale e sociale: la frfagilità multidimensionale non si traduce solo nella somma di tante fatiche ma porta a un vortice di vulnerabilità che ha un effetto moltiplicatore ed è sempre più difficile uscirne. Un altro aspetto analizzato nella ricerca è la cronicità: chi soffre di un disagio psichico rimane più a lungo a carico del circuito Caritas e fa fatica a emanciparsi dal bisogno economico.
Al centro la persona attraverso l’ascolto. L’approccio della Caritas verso il disagio mentale mette al centro la persona attraverso l’ascolto, l’accompagnamento e i bisogni essenziali, oltre alla malattia. La salute mentale è un bene comune e per questo negli interventi, integrati e continuativi, sono centrali la famiglia e la comunità, non solo per ridurre lo stigma e la marginalità ma per diffondere la cultura della corresponsabilità. Il problema è circolare: il disagio mentale porta povertà e viceversa. Vera Pellegrino - ricercatrice di Caritas italiana e tra le curatrici del volume - ha sottolineato la circolarità del problema: la povertà può incidere sul disagio mentale e allo stesso tempo il disagio mentale può portare alla povertà per le difficoltà a sostenere la quotidianità. Questa relazione non è automatica ma rappresenta una percentuale di rischio. I profili di fragilità sono molteplici e complessi: dai minori a seguito delle famiglie che non conoscono il loro progetto migratorio, a donne vittime di violenza, a persone sole over 55, fino ai giovani con disagio psichico che rappresentano una grossa parte della popolazione analizzata.
Social vs istituzioni. Federica Arenare, ricercatrice nell’ambito delle tecnologie digitali, ha poi illustrato la presenza del tema salute mentale su Instagram, analizzando 1.715 post e 11.000 commenti: “La divulgazione medico-sanitaria viene fatta dai singoli professionisti della salute mentale e dai creatori di contenuti, che emergono maggiormente come media a sé stanti invece delle istituzioni”. Il quadro che emerge è che si tratta di un tentativo di smontare uno stigma, ma ancora risulta superficiale nei social, come se il tema fosse individuale e non al centro di un’agenda legislativa.
I servizi di prossimità in crisi. Le conclusioni affidate a Giovanna Del Giudice - si legge ancora nell’articolo di CARE - tracciano un quadro della situazione attuale e del futuro. Dal punto di vista organizzativo ci stiamo allontanando dai servizi a bassa soglia e di prossimità, su cui la Legge 180 dice che si deve lavorare. Questo produce sofferenza nella comunità, in cui vengono lasciate sole persone con disturbi mentali, anche severi, e le loro famiglie. I veri servizi di prossimità nella salute mentale sono i centri di salute mentale, che rappresentano il dispositivo organizzativo su cui si basa una salute mentale di comunità. Questi centri devono essere in relazione con tutta la rete di servizi sanitari e sociali del territorio, quindi anche con le case di comunità.
La rete di servizi territoriali esiste, va però potenziata in tutto. “L’orizzonte non è roseo - dice Giovanna Del Giudice - i dati Istat aggiornati al gennaio 2024 e pubblicati a inizio 2026, ci dicono che la residenzialità è aumentata complessivamente. Alle persone con sofferenza mentale sono stati riconosciuti dei diritti fondamentali che hanno permesso loro di essere protagonisti della loro vita. Esiste già una rete molto importante di servizi territoriali: bisogna valorizzarla dal punto di vista culturale, organizzativo, sanitario, scientifico e delle risorse umane; oltre a riprendere il cammino verso la deistituzionalizzazione”.
Le poche risorse sulla salute e gli operatori che non ci sono. Le intenzioni del PNRR sulle case di comunità sono pregevoli - continua Del Giudice - ma ciò che si sta concretizzando sono spesso edifici vuoti non ancora riempiti di contenuti. Il grave depotenziamento delle risorse della salute in generale e della salute mentale in particolare crea problemi, poiché la forza nella salute mentale sono proprio gli operatori che però non ci sono. Bisogna ricominciare e i politici hanno la possibilità di intervenire, ma gli interventi attuali sono molto deboli, come si vede dalle risorse finanziarie. Cultura securitaria e custodiale, invece di prendersi cura dell’altro. La direzione che si sta prendendo nel Paese mostra attenzione alla sicurezza attraverso una cultura securitaria e pratiche custodiali. È stato dimostrato che è possibile un modo diverso di assistere l’altro e le situazioni più complesse anche nella comunità, in un contesto di integrazione con gli altri servizi e con la comunità stessa. I cittadini sono un valore se si lavora con loro - conclude l’articolo di CARE - non c’è bisogno né di rinchiudere né di custodire, ma bisogna solo curare e prendersi cura dell’altro.









