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di Claudia Dario, Alessio Giampà e Francesca Padrevecchi


Left, 18 dicembre 2020

 

Quando si affronta il trattamento degli autori di reato affetti da patologia mentale sorge il grande problema di dover mettere insieme la pena con la cura. Ma garantire percorsi terapeutici adeguati (come psicoterapia e progetti riabilitativi) è pressoché impossibile.

Il sistema carcerario, realtà già di per sé complessa, è stato messo a dura prova dalla natura "democratica" della pandemia. Il coronavirus infatti non fa distinzioni di reddito, colore della pelle, pena da scontare e non risparmia luoghi usualmente dimenticati o lasciati ai margini della società.

L'unica possibilità di rallentarne la diffusione è l'attuazione tempestiva di misure di contenimento che, se da un lato hanno tutelato la vita dei detenuti, dall'altro l'hanno resa molto più difficile a causa dell'interruzione di tutte le attività di gruppo, dei colloqui con familiari e legali, dei permessi premio e dei processi. Le restrizioni proposte, figlie di necessità sanitarie in un'ottica di prevenzione, unite al timore di essere contagiati, sono state l'innesco delle rivolte di marzo scorso in diversi Istituti nazionali. Significative le parole scritte dai detenuti in una delle lettere inviate a Radio radicale: "Viviamo ogni giorno nel terrore di essere contagiati dal virus e morire qui dentro, perché in queste celle sovraffollate è impossibile rispettare il distanziamento.

Terrore perché ci sentiamo abbandonati e la nostra incolumità sembra essere lasciata al caso". Fortunatamente, l'adeguamento dei protocolli sanitari per il contenimento della pandemia in concomitanza con la sua evoluzione, ha disteso la tensione e fatto svanire in larga parte quel "terrore" e quello spaesamento iniziale che colpivano non solo i detenuti ma tutti gli operatori in campo.

Un'attenzione particolare è diretta verso i "nuovi giunti" ovvero le persone che iniziano la detenzione; un momento estremamente delicato in cui si crea una frattura tra un "prima" e un "dopo" nella vita di chi ne è coinvolto che può avviare o far precipitare situazioni di vulnerabilità. Per questo motivo è richiesta un'accurata valutazione da parte di diverse figure professionali (lo psicologo, l'educatore, lo psichiatra ed il personale di Polizia penitenziaria) per garantire la presa in carico di persone che sono costrette ad affrontare questo momento di fragilità in completa solitudine a causa dell'isolamento sanitario.

Dall'altra parte i detenuti in cui non si palesa alcuna condizione di "debolezza" o che nel corso della detenzione, magari per buona condotta, meriterebbero una stanza singola, spesso si ritrovano a dover comunque vivere in spazi ristretti a causa della carenza di strutture adeguate. Come accaduto in altri contesti, la pandemia ha stimolato dei cambiamenti che si stanno rivelando positivi, come l'introduzione delle videochiamate o la permanenza in stanze non affollate.

Ci si chiede se una volta terminata la pandemia alcune delle innovazioni, potranno essere sostenute in un sistema carcerario le cui insufficienze strutturali (come la carenza di personale sia sanitario che penitenziario) sembrano rendere impossibile una sua umanizzazione non più rimandabile. Basta porre l'attenzione sull'agghiacciante dato dei suicidi nelle prigioni, ben 51 in 11 mesi. In questo contesto la tutela della salute mentale diviene sempre più importante e per comprendere l'organizzazione e il funzionamento dei servizi sanitari in carcere è utile partire dal 2008, anno in cui è stata varata la riforma della salute penitenziaria grazie al Dpcm dell'1 aprile.

Questa ha permesso il trasferimento al Servizio sanitario nazionale di tutte le funzioni sanitarie fino a quel momento di competenza del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e del Dipartimento della giustizia minorile.

Da quel momento le Asl sono entrate appieno nelle carceri e così il personale deputato alla tutela della salute mentale è passato dall'essere dipendente dell'Amministrazione penitenziaria a essere "scelto" dalle Asl. Questo ha consentito un'importante svolta non solo da un punto di vista gestionale e organizzativo ma anche culturale.

Tra i principi e gli obiettivi di riferimento inseriti nel Dpcm del 2008 spiccano il: "Riconoscimento della piena parità di trattamento, in tema di assistenza sanitaria, degli individui liberi e degli individui detenuti ed internati..." e la "Riduzione dei suicidi e dei tentativi di suicidio". Il detenuto acquisisce di fatto gli stessi diritti di tutela della salute del cittadino libero e viene riconosciuto il problema dei suicidi in carcere.

Ma come si può intervenire quando la patologia mentale rende problematica la coesistenza con il regime detentivo ordinario? Tn altri termini, come comportarsi nel caso dei cosiddetti rei folli, ossia persone condannate (o detenute in attesa di giudizio), e nelle quali era già presente prima o è insorto un disturbo mentale durante la detenzione?

Dall'inizio degli anni Duemila sono nati, a partire dal carcere di Torino, alcuni "repartini" che hanno il compito specifico di ospitare persone che soffrono di problematiche psichiatriche. Sono sezioni, non soggette ad una normativa unica nazionale, dove si svolgono attività cliniche (visite psichiatriche, psicologiche, attività riabilitative), ma che sottostanno alle norme penitenziarie come in ogni altra sezione del carcere. In questo luogo possono essere inserite le persone che a causa delle loro problematiche psichiatriche, bisognose di cure costanti, e non riuscendo a "convivere" con gli altri detenuti, sono sottoposte ad un periodo di "osservazione psichiatrica" che permette di valutare l'eventuale incompatibilità con il regime carcerario.

Laddove venga riscontrata la presenza di un grave disturbo mentale durante la detenzione, la legislazione ancora in vigore si basa sugli art. 147 e 148 del codice penale, due "assurdi" del nostro ordinamento. L'articolo 147 infatti prevede i domiciliari solo per la severa infermità "fisica", escludendo quindi le patologie psichiche, "causando una discriminazione lesiva del principio di uguaglianza e del diritto alla tutela della salute" come sancito dal Comitato nazionale di bioetica nel 2019.

L'articolo 148 invece stabilisce il trasferimento negli Opg (Ospedali psichiatrici giudiziari) anche se questi, grazie al lavoro della "Commissione Marino" che ne ha messo in luce le condizioni di vita degradanti, non esistono oramai più. Dal 31 marzo del 2015 ne hanno preso il posto le Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) che hanno gestione interna di competenza sanitaria e svolgono funzioni terapeutico e socio riabilitative destinate a persone affette da disturbi mentali, autrici di reato e socialmente pericolose che sono quindi sottoposte ad una misura di sicurezza.

Quando si affronta il trattamento degli autori di reato affetti da patologia mentale, ci si trova di fronte al grande problema di dover mettere insieme la pena con la cura. Se da una parte queste persone necessitano di cure sanitarie psichiatriche, allo stesso tempo devono rispondere del reato commesso con la pena. Le cose si complicano ulteriormente perché il nostro ordinamento giuridico, che fa riferimento al non attualissimo Codice Rocco del 1930, prevede il cosiddetto "sistema del doppio binario".

Per chiarire meglio di cosa si tratta proponiamo un esempio: un uomo affetto da psicosi uccide i familiari perché, in preda ad allucinazioni e deliri, vedeva in essi il demonio, ma poi lucidamente ne occulta i cadaveri. Per l'ordinamento giuridico italiano il soggetto è sì imputabile (punibile) ma con vizio parziale di mente perché, se da una parte viene riconosciuta la psicosi, l'occultamento del cadavere da alcuni periti viene valutato come capacità di intendere e di volere. Oltre l'imputabilità, viene giudicata anche la pericolosità sociale ovvero la probabilità di commettere altri reati. Secondo il sistema del doppio binario la persona sarà quindi soggetta a due distinte sanzioni: da una parte la pena, la cui funzione oltre che punitiva e rieducativa è anche di scoraggiare la reiterazione del reato; e dall'altra la misura di sicurezza la cui funzione è di contenere la pericolosità sociale.

Tornando al nostro esempio, in antitesi con il metodo medico per cui alla diagnosi dovrebbe seguire subito la cura, l'uomo che in preda ad una crisi psicotica compie un reato, dovrà prima scontare molti anni di pena in un luogo inadatto al trattamento della malattia mentale (il carcere) e solo dopo potrà ricevere cure psichiatriche intensive e multidisciplinari nelle Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza).

Le conseguenze di questo sistema "dissociato", ricadono non solo sui pazienti, ma anche su tutti coloro che lavorano negli istituti penitenziari e che si ritrovano a non poter esercitare appieno la propria professione. In carcere infatti noi operatori della salute mentale non riusciamo a garantire percorsi di cura adeguati (come psicoterapia e progetti riabilitativi) ma siamo costretti principalmente a somministrare farmaci e ad arginare i costanti pensieri autolesivi dei pazienti/detenuti per lo più conseguenza di un sistema che non funziona.

A questi problemi si aggiunge che, ad oggi, le Rems non ricoprono il numero di posti letto necessari, per cui le liste di attesa sono lunghissime, determinando un vuoto istituzionale pericoloso. Cosa fare infatti quando la disponibilità del posto letto non coincide con la data della scarcerazione? Come nel gioco del cerino, il malcapitato di turno (che sia il magistrato di sorveglianza o il direttore del penitenziario) dovrà decidere se far rimanere la persona in carcere anche se la pena è finita oppure lasciarla libera senza che abbia effettuato un percorso di cura idoneo, con il rischio che possa commettere di nuovo il reato prima dell'ingresso in Rems.

Alla luce di tutte queste considerazioni, si dovrebbe investire sul capitale umano soprattutto per la cura del paziente psichiatrico autore di reato, al fine di promuovere non solo il benessere del singolo ma quello collettivo. Purtroppo come evidenziava lo psichiatra Massimo Cozza, "il nostro SSN universalistico è stato per anni sotto finanziato, impoverito e bistrattato dalla politica e dai mass media".

Oltre la terapia farmacologica, importante ma non sufficiente nella cura di queste persone, è fondamentale un lavoro che valorizzi soprattutto la relazione interumana e a tal fine sarebbe auspicabile investire sulle risorse umane per tutelare non solo il paziente e i suoi familiari ma anche l'operatore sanitario che, in queste situazioni, è a forte rischio di burn-out.

Va infine sottolineato che isolare e custodire il reo con patologia mentale non è la strada più adeguata da seguire. È necessaria la cura e la ricerca sul modo migliore per farla. A tal proposito lo psichiatra Massimo Fagioli intervistato su queste pagine, il 28 febbraio 2015, diceva: "Il problema è la cura. Non le mura. La vera questione è la ricerca sulla malattia mentale. Bisogna eliminare il tabù che vieta la ricerca sulla mente umana. La malattia mentale va affrontata, prima di tutto con la diagnosi. Non con la liberazione".