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di Marco Turco

unionemonregalese.it, 14 giugno 2026

Al Teatro “Marenco” di Ceva lo spettacolo portato in scena dai detenuti di Alta Sicurezza di Saluzzo. “Carcere”. Una parola dal peso enorme. Chi finisce in prigione, lo impara a sue spese: la vita subisce una battuta di arresto e si ferma davanti a un muro contro cui è difficile non schiantarsi. Ma se la pena detentiva ha un termine, lo stigma sociale spesso è a tempo infinito. Così nasce “Ma l’Amore no”: uno spettacolo teatrale fatto dai detenuti di Alta Sicurezza della Casa di Reclusione di Saluzzo e prodotto dall’Associazione “Voci Erranti” nell’ambito del progetto teatrale “Per Aspera ad Astra” finanziato dall’Acri. Andrà in scena lunedì 15 giugno alle ore 20, presso il Teatro Marenco di Ceva (Piazzetta Cardinale Francesco Adriano, 1), grazie alla Fondazione Azzoaglio.

““Ma l’Amore no” è uno spettacolo intenso e necessario, nato dall’ascolto autentico di uomini che vivono la detenzione e delle domande che il carcere lascia spesso in silenzio: il bisogno di amore, il desiderio, la solitudine, l’attesa, la distanza - spiega Erica Azzoaglio, Vicepresidente della Fondazione Azzoaglio -. Attraverso parole, corpo e movimento, i protagonisti portano in scena ciò di cui si parla ancora troppo poco: il diritto all’affettività, anche per chi sta scontando una pena, il bisogno di amore, un diritto che ogni essere umano ha, anche chi è detenuto”.

“Ma l’Amore no” è stato scritto da Grazia Isoardi e Marco Mucaria, le coreografie sono di Marco Mucaria e le luci di Christian Perria. Lo spettacolo sarà preceduto alle ore 19 da un aperitivo. L’ingresso è libero e gratuito, chi è interessato a partecipare deve registrarsi sul form di prenotazione https://forms.gle/jvYuhwEFk9oXbCNH6 

“Portare a Ceva uno spettacolo come “Ma l’Amore no” significa creare un’occasione di incontro tra il carcere e la comunità - dichiara Elena Ramondetti, Direttrice della Fondazione Azzoaglio. Come Fondazione lavoriamo quotidianamente nei contesti di fragilità, nelle scuole, nelle comunità e negli istituti penitenziari, convinti che la cultura possa diventare uno spazio di dialogo e di comprensione reciproca. Lo spettacolo affronta un tema complesso e spesso poco raccontato, quello dell’affettività in carcere, attraverso il linguaggio del teatro, capace di restituire umanità alle persone e di aprire domande che riguardano tutti noi. Siamo grati all’Associazione “Voci Erranti” e ai detenuti coinvolti nel progetto per aver scelto di condividere questa esperienza di grande valore umano e civile”.

“M’ama non m’ama” è la domanda che, più di altre, tormenta ed accompagna la persona detenuta durante l’arco di tempo in cui la vita privata e sociale viene sospesa ed anche gli affetti e i sentimenti vengono congelati “per legge”. Perché la detenzione, oltre alla perdita di libertà personale, oltre ad essere un tempo vuoto e povero di offerte formative e lavorative, oltre ad essere luogo di regressione e di profonda solitudine, è anche e soprattutto privazione di amore e di affettività. Si deve mettere a tacere il corpo, la mente e l’immaginario. Bisogna trasformarsi in esseri asessuati, in uomini che non devono più provare il desiderio. Bisogna impegnarsi per spegnere le passioni, alienarsi per disumanizzarsi, far soffrire l’istinto umano.

“Lo spettacolo nasce dalla riflessione sul tema con il gruppo dei detenuti di Saluzzo che partecipano al progetto teatrale presente nell’Istituto e gestito dall’Associazione “Voci Erranti” - aggiungono i due autori Grazia Isoardi e Marco Mucaria. Pensieri che, a fiume, sono stati espressi con grande sincerità senza dimenticare la solitudine e le sofferenze delle rispettive mogli e compagne che attendono il giorno del loro ritorno a casa. Sono tante le Penelopi che vivono la propria ‘vedovanza bianca’, con tutti i dubbi ed interrogativi del caso, con l’incertezza di riconoscere il proprio uomo al ritorno, di come recuperare il tempo e il rapporto di coppia sospeso. Sicuramente tra i tanti problemi che il sistema carcerario vive nel nostro Paese, questo è il più taciuto. È ancora tabù, si fa fatica ad aprire un confronto sincero sull’argomento”.