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di Shirin Ebadi e Taghi Rahmani*

La Stampa, 19 agosto 2024

Le prigioniere politiche iraniane stanno subendo una repressione brutale nella sezione femminile del carcere di Evin. Come attiviste e attivisti per i diritti umani, siamo solidali con le donne iraniane e chiediamo un’indagine internazionale indipendente. Settanta donne di idee, affiliazioni e generazioni diverse sono attualmente prigioniere politiche nella più famigerata delle carceri iraniane. Vi si trovano ingiustamente, solo per aver lottato per la libertà e per i diritti umani in Iran.

Da lì, ci hanno raccontato che il 6 agosto le forze di sicurezza e le guardie penitenziarie hanno fatto irruzione nella loro sezione con una violenza brutale. Secondo le informazioni ricevute, verificate e confermate da diversi organi di stampa indipendenti, numerose prigioniere politiche sono state picchiate dalle guardie penitenziarie e dagli agenti di sicurezza perché protestavano per l’impiccagione di Reza (Gholamreza) Rasaei, avvenuta quella mattina.

Le prigioniere avevano già manifestato in modo analogo, a volte di loro iniziativa e a volte per contribuire ad altre mobilitazioni, per chiedere l’annullamento delle condanne a morte della loro compagna di prigionia Pakhshan Azizi - una giornalista iraniana di origini curde - e di altre tre donne: l’attivista per i diritti del lavoro Sharifeh Mohammadi, l’attivista per i diritti delle donne Varisheh Moradi e Nassim Gholam Simiari.

A causa dell’aggressione e delle gravi ferite inflitte, numerose prigioniere hanno perso conoscenza e altre sono state steccate dopo un esame sommario da parte del medico del carcere, senza ricevere cure mediche adeguate. Nel contesto dell’aumento della repressione interna contro attiviste e attivisti per i diritti umani e contro dissidenti politici, esprimiamo allarme per l’aumento delle esecuzioni che hanno raggiunto un drammatico picco il 7 agosto, con 29 esecuzioni in una sola giornata, 26 delle quali collettivamente nella prigione Gesel Hasar della città di Karaj.

Lontano dagli sguardi dell’opinione pubblica e mentre l’attenzione della stampa si concentra sulle crescenti tensioni in Medio Oriente, la Repubblica islamica iraniana continua la sua guerra principale: quella in grande stile contro chi le si oppone e contro le donne iraniane. Ora più che mai le prigioniere del carcere di Evin si ergono come bastione della resistenza nella lotta per la libertà. Queste donne, ingiustamente e illegalmente detenute come prigioniere politiche, meritano la nostra ammirazione e urge mobilitarci per loro.

In solidarietà con le donne e gli uomini che continuano a rischiare la loro vita per lottare in favore dello stato di diritto, della pace e della democrazia in Iran, noi e le nostre organizzazioni chiediamo:

- l’immediata cessazione della pena di morte, una punizione inumana e degradante, coerentemente col nostro impegno per l’abolizione universale della pena capitale;

- la scarcerazione di tutte le prigioniere e i prigionieri, arbitrariamente in carcere per motivi politici e di coscienza e la fine dei procedimenti giudiziari che violano i diritti alla difesa e a un processo equo;

- l’immediata attuazione, da parte dello stato iraniano, di misure che garantiscano l’incolumità fisica e psicologica delle persone detenute in tutto il paese, soprattutto nella sezione femminile del carcere di Evin;

- l’avvio di un’indagine indipendente internazionale per scoprire la verità sulle violenze commessi contro le prigioniere politiche di Evin, le cui incriminazioni dovranno essere doverosamente ricevute dalle autorità iraniane.

*Tutte le firme sul profilo Instagram @narges_mohamadi_51