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di Riccardo Arena

La Stampa, 12 novembre 2025

Il fratello del giudice ucciso nel 1992: “C’è un filo nero che unisce tutte le stragi impunite del nostro Paese”. Salvatore Borsellino ha 83 anni e una solida, inossidabile convinzione: “L’agenda rossa di mio fratello è alla base della strage di via D’Amelio e della eliminazione di Paolo; sono certo che l’hanno presa i Servizi segreti; il generale Mario Mori è stato ai vertici degli apparati di sicurezza e non può non sapere, ne conosce il contenuto, lo ha pure usato. Mi assumo la responsabilità di quello che dico”.

Un’affermazione forte, che il fratello del magistrato ucciso il 19 luglio del 1992 ha esternato durante un convegno tenuto a Palermo alla vigilia del 33° anniversario dell’eccidio, l’estate scorsa. Nella città di cui la famiglia è originaria e dove hanno vissuto tutti i fratelli, tranne appunto Salvatore, emigrato da tempo a Milano, il prefetto Mori ha presentato una querela e ora il più giovane dei Borsellino è indagato con l’ipotesi di diffamazione aggravata. Il Coordinamento delle associazioni delle vittime di mafia e terrorismo, Paolo Bolognesi in testa, gli ha espresso solidarietà e vicinanza.

Il Coordinamento sostiene che lei sia vittima di un “attentato giudiziario”, mentre i depistaggi restano impuniti. Che ne pensa?

“Non c’è dubbio: noi familiari delle vittime, anziché avere verità e giustizia dopo 33 anni, finiamo sul banco degli imputati per la querela di chi la verità dovrebbe raccontarla”.

Su Mori lei comunque fa un ragionamento...

“È chiaro che sono mie convinzioni, ma le baso su dati di fatto. Tra i quali ci sono le sentenze che riguardano il generale, in due processi assolto non per non avere commesso il fatto o perché il fatto non sussiste, ma perché il fatto non costituisce reato. E parliamo della mancata perquisizione del covo di Riina e della mancata cattura, nel 1995, di Bernardo Provenzano. È stato poi scagionato pure dalla trattativa Stato-mafia, con una decisione su cui si potrebbe discutere”.

Lei però gli attribuisce un fatto specifico, sull’agenda rossa...

“Al convegno del 18 luglio ho detto che invece di cercare a casa dei morti l’agenda su cui mio fratello annotava i fatti più importanti della sua vita personale e professionale, il documento che potrebbe spiegare le cause della sua uccisione si dovrebbe cercare dai vivi. Mi riferisco alle perquisizioni eseguite nelle abitazioni dell’ex procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra e dell’ex questore Arnaldo La Barbera, entrambi scomparsi. Perché non cercano a casa o negli uffici di Mori?”.

C’è un automatismo tra l’essere stato capo dei Servizi e l’avere preso l’agenda?

“Secondo me Mori ha utilizzato le sue conoscenze del contenuto nelle sue interlocuzioni con la commissione nazionale Antimafia, su cui esercita una notevole influenza, su Mantovano e su altri personaggi. Non ho elementi precisi ma se verrò rinviato a giudizio finalmente di questi fatti e della sparizione dell’agenda si potrà parlare in un’aula di giustizia”.

L’allora capitano Arcangioli, fotografato in via D’Amelio con la borsa di suo fratello, è stato prosciolto in udienza preliminare...

“Infatti non c’è mai stato un approfondimento dibattimentale. Io voglio il processo pubblico. La cosa paradossale è che il giorno dopo la notifica dell’avviso di indagine mandatomi da Palermo, a Caltanissetta è stata chiesta l’archiviazione del filone di indagine che potrebbe portare a incriminare Paolo Bellini e dunque i neofascisti per le stragi del 1992”.

Lei resta convinto del legame tra mafia e terrorismo nero?

“C’è un filo nero che lega tutte le stragi impunite del nostro Paese. E non è un caso che non ci sia stata una sola condanna per chi ha premuto il pulsante che ha fatto esplodere il tritolo in via D’Amelio, per i depistaggi e le tante ombre sul falso pentimento di Vincenzo Scarantino, avallato dalla Procura di Tinebra, né per il contributo altrettanto fasullo del collaboratore Maurizio Avola. C’è un depistaggio istituzionale che continua anche nella commissione Antimafia”.

In che senso?

“Abbiamo tante riserve, noi familiari delle vittime, sulla presidente Chiara Colosimo. A parte la foto di lei col terrorista stragista Ciavardini, avalla la falsa tesi che vorrebbe la strage del 19 luglio causata dalle indagini su mafia e appalti, svolte dai carabinieri del Ros di Mario Mori. Non è così. E in ogni caso noi familiari siamo ancora qui, dopo 33 anni, a chiedere inutilmente verità e giustizia. E il processo lo fanno a noi”.