di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 12 marzo 2026
Giovane delinquente, detenuto a Poggioreale e poi a Rebibbia, dove impara recitazione e arriva all’Orso d’Oro. Oggi è uno dei più importanti attori italiani. Intervista maestosa sullo sbagliare, sul rialzarsi, sullo studiare, sull’essere aiutati e poi sull’aiutare, su cosa significa essere comunità. Un’intervista fortemente consigliata a Nordio. Salvatore Striano non usa filtri per raccontare il suo passato. Nessun abbellimento: la realtà sbattuta in faccia per quella che è. “Ho incontrato il teatro nel momento più buio della mia vita. Avevo perso entrambi i genitori mentre ero in carcere, a Rebibbia. Questa cosa mi aveva incattivito: per fare la vita che facevo, non ero stato capace di stare vicino alle persone che mi avevano messo al mondo. Bevevo e prendevo psicofarmaci perché avevo paura di restare lucido”. Poi è arrivato quel copione: Napoli milionaria, di Eduardo De Filippo. Napoletano come lui.
Striano, 53 anni, è attore da quasi venti: ha esordito al cinema nel 2008 con Gomorra di Matteo Garrone, è stato Bruto in Cesare deve morire, docufilm dei fratelli Taviani, partito dal carcere di Rebibbia e arrivato fino all’Orso d’oro a Berlino nel 2012. Quando era chiuso nel reparto di alta sicurezza del carcere romano, poteva neanche immaginare tutto questo. Fino al 2001, anno in cui si avvicina al Teatro libero di Rebibbia, aveva conosciuto solo carcere, criminalità, povertà. Poi, quando pensava che oltre l’abisso non c’era niente, davanti a lui si è aperta una strada fatta di copioni, sceneggiature. Di parole che scorrono su un foglio e vanno indossate.
Il mondo che ha cambiato la vita a Sasà è lo stesso che ha stravolto in positivo l’esistenza di migliaia di detenuti da quando il Teatro libero di Rebibbia ha iniziato a lavorare. Striano è diventato attore professionista, tanti altri hanno abbracciato il teatro nel tempo libero. Quasi nessuno, dopo l’incontro con il palco, è tornato a delinquere. Chiediamo a Striano di raccontarci la sua storia nei giorni in cui si scopre che l’amministrazione penitenziaria (diretta emanazione del governo) con una circolare sta limitando le attività ricreative e culturali in cella, in particolare per i detenuti dell’alta sicurezza. Il circuito subito al di sotto del 41 bis, che racchiude i detenuti considerati pericolosi, al quale anche Striano apparteneva. Un caso ha riguardato anche il Teatro libero di Rebibbia.
Come nel resto d’Italia, sono stati vietati tra i detenuti dell’alta sicurezza e il pubblico (in particolare gli studenti dell’Università che partecipavano alle prove) e annunciate limitazioni all’accesso al teatro per le prove, per chi è in alta sicurezza. Sono ancora in corso interlocuzioni e queste ultime limitazioni, almeno a Rebibbia, potrebbero essere revocate. Ma la notizia di questo giro di chiave sta agitando molto gli addetti ai lavori.
L’idea di ridurre le attività teatrali per i detenuti è una prospettiva fuori dal mondo per Striano: “Così detenuti che hanno lo stesso mio vissuto rischiano di restare dei porci fino alla fine. Così il carcere diventa ancora di più una giungla, un supermercato del crimine dove i detenuti che non hanno nulla da fare si scambiano il veleno. Se togliamo loro il teatro o un’altra attività ricreativa li condanniamo a stare chiusi in una cella a mangiarsi la testa di cattivi pensieri”.
Il modo migliore per spiegare queste parole è ripercorrere la storia di Sasà. E tornare al primo copione della sua vita. Quello che un ergastolano, che si occupava di attività in carcere, gli lanciò all’interno della cella, dove passava le giornate buttato sul letto. Al suo rifiuto, l’uomo gli disse: “Vabbè pensateci, poi mi fate sapere”. E lui ci ha pensato. Piegato dal dolore, Striano la notte non dormiva. In una di quelle notti insonni, decide di dare un’occhiata al copione: “L’ergastolano aveva pensato per me al ruolo di donna Amalia. Ero innervosito all’idea di dover interpretare una donna in un reparto di soli uomini privati dell’affettività. Poi però ho visto che quella donna somigliava tanto alla mia mamma. Era più molto più bella di me. E allora, non so neanche come ho fatto, ma sono sceso all’aria e ho detto: ‘Voglio provare’”.
Si commuove ancora oggi pensando alla sua mamma. Alla donna da cui prendeva ispirazione sul palco, dovendo mettersi per la prima volta nei panni femminili. Ne imitava i gesti, le abitudini, i movimenti. E piano piano si spogliava dei cattivi pensieri: “Lei era morta da poco e stavo morendo pure io - ricorda - ma mentre interpretavo Donna Amalia mi venivano in mente tutte le cose belle fatte con lei: quando cucinava, quando mi diceva le cose, quando si preparava per uscire e io ero geloso. Così l’ho messa dentro di me. L’ho portata in scena”.
Fabio Cavalli, uno dei registi fondatori del Teatro libero di Rebibbia, lo nota subito: “Tu sei bravo, hai una bella faccia tosta”. Striano inizia ad appassionarsi, ma le difficoltà arrivano subito: non era andato a scuola, aveva appena la terza elementare. Questo gli rendeva difficile leggere in maniera scorrevole, rispettare la punteggiatura e i tempi del teatro. Quando realizza ciò, Salvatore piomba di nuovo nello sconforto: “Mi sentivo un fallito”. Poi, però, insieme a Cavalli trova una soluzione: la scuola la mattina, il teatro il pomeriggio.
L’esperimento funziona e Sasà non si ferma più: “La prima volta che ho messo piede sul palcoscenico e ho recitato, mi sono perdonato immediatamente”. I ricordi scorrono veloci e impetuosi: “Ho capito che non avevo una vita segnata, che ero solo uno scarabocchio cresciuto male e mi dovevo ridisegnare. Il teatro mi dava parole nuove, mi faceva uscire dalla povertà, cambiava il mio modo di ragionare e di reagire alle cose. Mi insegnava che ascoltare è molto importante”. La fame di teatro diventa fame di cultura: “Mi sono avvicinato alla biblioteca e alla letteratura. Più leggevo e più mi rendevo conto che era già successo tutto, che ero uno stupido perché non capivo con la vita che avevo fatto stavo andando verso la fine. Ed è così che il teatro mi ha salvato la vita”.
Parla di questo Striano, nel libro Come Shakespeare può salvarti la vita, edito da Chiarelettere. Perché dopo Eduardo è arrivato l’autore inglese che ha costretto lui e i suoi compagni a mettersi in discussione: “C’è un passaggio de La tempesta - ricorda l’attore - in cui Ariel dice ‘se non vuoi che l’ira possente si scateni su di te, devi campare con purezza’. Quella frase ci ha fatti interrogare sul pentimento. Sulla revisione critica delle nostre azioni. Un pentimento interiore, non quello che ti porta a far mettere in galera gli altri per scampare alla galera”.
L’avventura con Shakespeare dura a lungo: Striano ottiene il ruolo di Bruto nel Giulio Cesare e quindi nel docufilm Cesare deve morire. L’esperienza del carcere nel 2012 era per lui finita da sei anni, era già un attore, ma non dimenticherà mai le parole sentite nella capitale tedesca. “C’erano italiani che vivevano in Germania che ci dicevano che grazie a noi erano orgogliosi di essere italiani”.
Proprio alla luce di questo bagaglio che si porta addosso, Striano si rende conto delle conseguenze che potrebbe avere la riduzione del teatro per i detenuti dell’alta sicurezza: “Se ci tolgono questa roba, condannano di nuovo le persone come me, che dentro hanno qualcosa che li può salvare. Io avevo una predisposizione al cambiamento, ma ho avuto gli strumenti giusti”.
Nella mente di Striano scorre il ricordo di un momento che lo ha reso orgoglioso: “Il direttore di Rebibbia al tempo era Carmelo Cantone, un uomo di cultura. Una volta noi del gruppo del teatro restammo a chiacchierare per tanto tempo con lui. Parlavamo di testi, autori, scenografia. E lui disse: ‘Non mi è mai capitato in tutta la mia attività da direttore di parlare per un’ora e mezza con i detenuti senza dire una parola sul carcere’”. Per loro era un mondo nuovo: “Avevamo fame di uscire dalla povertà”. Dove per povertà si intende tutto: le ristrettezze economiche, il vocabolario scarno, i racconti che limitano al ricordo di un vissuto fatto di crimine, emarginazione e galera: “Nelle carceri c’è affollamento solo di criminali, intorno c’è il deserto. Togliere loro il teatro significa condannarli a morte, farli diventare feroci”.
E chi la ferocia l’ha conosciuta vorrebbe strapparla con le mani dalle celle: “L’altro giorno ero all’Ipm (Istituto penale per minorenni), dove ci sono i minorenni. Li ho trattati un po’ male, ma lo posso fare perché ero uno di loro. Non ho bisogno di parlare perbenino, per spronarli glielo posso dire che stanno fallendo, che devono alzare il culo dalla branda e sfruttare bene questo tempo. E loro mi ringraziano”.
È difficile immaginare Striano arrabbiarsi, perché chi ci parla riconosce per prima una cosa: la gentilezza nelle parole e nei pensieri. Quella gentilezza imparata con la letteratura, con l’arte, con la possibilità di campare senza delinquere: “Prima che mi chiamasse Garrone, ho lavorato in un bar e poi in una ditta di pulizie. Ero la persona più serena del mondo. Ho fatto molto male alla mia città - dice - che è una delle più belle del mondo. L’unico modo per pagare il debito è fare qualcosa di buono”.
Quando pensa Napoli non pensa solo alla mamma, ai vicoli dove è cresciuto, ma anche al carcere, quello di Poggioreale, dove è stato recluso appena maggiorenne. Uno dei penitenziari più difficili d’Italia: “Ho sentito il ministro Nordio dire che i detenuti in cella più sono e meglio stanno. Ma ci rendiamo conto? A Poggioreale eravamo in 24 in una stanza. Significa dover prendere il numeretto la mattina per fare pipì. E farla a terra quando non si riesce ad aspettare. Significa non poter dormire la notte perché il tuo compagno di cella tossicodipendente è in astinenza e urla per i dolori. Tu vorresti riposare, ma per umanità lo devi soltanto aiutare”.
Striano pensa ai suicidi in carcere - tanti, troppi - alle difficoltà della polizia penitenziaria “perché dal governo non la tutelano”. Gli sembra incredibile che di carcere si parli con tanta facilità, con leggerezza quasi: “Perché non vanno a provare quello di cui parlano? Perché parlano senza sapere? Perché agiscono con tanta arroganza?”. Domande che restano senza risposta. E che, si sente dalle vibrazioni della voce, lo amareggiano molto. Nella sua attitudine a mescolare la vita con il cinema e teatro, si ferma un attimo e si concede una battuta: “Mi dispiace solo che Totò e Aldo Fabrizi non siano più in vita, su questi sai quante commedie avrebbero fatto? Almeno ci saremmo fatti qualche risata amara”.
Striano ha due film in uscita: uno sulla Rai che è la storia di Giovannino Guareschi, l’inventore di Peppone e Don Camillo, e uno al cinema, Ho bisogno del tuo amore. Oltre al cinema e al teatro, ci sono i ragazzi con cui lavora: “Sono insegnante in un laboratorio teatrale a Rebibbia e ho progetti nelle scuole. Vado a dire che senza la scuola siamo destinati a essere degli schiavi, degli ultimi”. Lo fa con convinzione. Perché ormai lo sa che tutti, anche quelli che come lui sembravano senza speranza, si possono salvare.











