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di Davide Varì


Il Dubbio, 23 marzo 2021

 

L'intervento del procuratore generale della Cassazione in attesa della Consulta. "Nella pena come retribuzione vi è un importantissimo significato di garanzia. Perché la rieducazione è senza fine, per sua stessa natura. Può essere senza fine, può essere terrificante", come "i campi di rieducazione dell'Unione sovietica o di altri regimi che hanno l'idea della conformazione ad un modello sociale come base della punizione. L'idea che ci sia un minimo e un massimo nella pena è importante, perché ci consente di dire che oltre quello non si va, se non ti rieduchi è colpa tua. Non ti costringo a rieducarti".

A dirlo ieri, nel corso di un webinar sull'ergastolo ostativo, è stato Giovanni Salvi, procuratore generale della Corte di Cassazione. Il webinar ha anticipato l'udienza di oggi in Corte costituzionale, dove si discuterà dell'esclusione della liberazione condizionale in assenza della collaborazione con la giustizia (per i condannati all'ergastolo per delitti di associazione mafiosa e di contesto mafioso). Secondo Salvi, "non è possibile immaginare che sia solo la collaborazione a determinare l'effetto di rottura" con il contesto mafioso.

"Attendo con fiducia questo bilanciamento non facile tra l'esigenza di dare quello che noi già abbiamo da tempo, cioè che l'ergastolo non è "fine pena mai", e lo è solo se non ci sono indici di possibilità di reinserimento sociale, come ci ha detto la Corte europea. Dobbiamo bilanciarlo - ha aggiunto - con situazioni particolarmente difficili che altri paesi non hanno e che noi abbiamo. Ma non è e non deve essere un aggravamento di pena.

La possibilità di reinserimento deve essere valutata con attenzione estrema facendo riferimento anche alle organizzazioni di provenienza". Secondo Salvi, considerare un "elemento di valutazione la dissociazione verbale" sarebbe "pericolosissimo perché andrebbe ad incidere su un principio fondamentale del diritto penale, che non è delle opinioni e dell'interiorità, ma delle condotte", che non sono "la partecipazione ai programmi rieducativi".

"Io ho conosciuto le carceri di altri paesi - ha aggiunto il procuratore - che forse sono meglio delle nostre dal punto di vista delle strutture, perché questo è il nostro grande problema, ma non per quanto riguarda il trattamento, su cui noi non abbiamo molto da farci perdonare dagli altri paesi europei e questo lo dobbiamo ricordare o l'effetto è boomerang". Piuttosto, ha sottolineato, "chi ostacola la creazione di nuove carceri migliori, si rende responsabile di far patire ai detenuti condizioni inaccettabili".

"L'Italia - ha ricordato - è uno degli ultimi paesi in Europa, ed anche al mondo, per rapporto tra detenuti e popolazione". La corresponsione di pene in modalità più miti per reati dovuti ad ignoranza e povertà o la possibilità per quei circa 3mila detenuti che hanno già scontato gran parte della pena, di proseguire in detenzione domiciliare, sono strumenti previsti. "Ma non funzionano bene - ha evidenziato - per varie ragioni anche burocratiche", o perché spesso molti "non hanno domicilio. E sarebbero necessarie strutture che li possano accogliere" ma non sempre ci sono.

"Con i soldi della Cassa delle ammende sono stati avviati da alcuni anni progetti per consentire a queste persone di avere alloggio. Abbiamo avviato un lavoro in tal senso, coinvolgendo Cdp, molte carceri e anche l'Ue, ma c'è ancora difficoltà a far intendere le diverse parti in gioco, tra cui l'istituto penitenziario, i magistrati di sorveglianza, il pubblico ministero e l'ufficio per l'esecuzione esterna - commenta. Si può fare tanto con la legislazione esistente. Molti - ha concluso - non vanno in detenzione esterna a causa di una mancanza di edilizia". Il Piano nazionale di resilienza, ha poi sottolineato il sottosegretario al ministero della Giustizia Francesco Paolo Sisto, ha tra i suoi obiettivi "la valorizzazione del personale, degli strumenti telematici, risorse all'edilizia giudiziaria ed all'architettura penitenziaria. Architettura vuol dire che non ci si preoccuperà di costruire muri ma di ammodernare situazioni per realizzare il principio educativo" di carceri come "luogo di rieducazione".

"Un elemento ostativo non può derivare da una scelta processuale di collaborare o non collaborare". Riguardo all'udienza di oggi, Sisto ha affermato: "nessuno deve avere la pretesa di limitare la discrezionalità del giudice. Attaccare le regole perché non ne si condivide l'applicazione non è uno sport che io amo.

Diverso è quando un diritto è impedito: il tema è se la collaborazione può rendere la pena antitetica rispetto alla rieducazione prevista dall'articolo 27. È giusto chiedersi se quell'elemento di collaborazione squisitamente processuale possa essere determinante. Il nostro Paese si avvia ad adeguarsi alla sentenza Viola, la corte deciderà come quando e come avverrà".