di Marcello Pesarini
Ristretti Orizzonti, 9 giugno 2021
Due sere fa per la prima volta ho ascoltato per radio una discussione seria sulle vicende che ora portano il nome di Saman Abbas, ma hanno e avranno una storia lunga, tragica, per le donne che l'hanno subita anche in Italia. Per intelligenza dei registi sono stati invitati/e a parlare rappresentanti di testate locali e associazioni di mutuo aiuto non identificabili nello schieramento politico. Il risultato? Un senso di mortificazione in chi, incluso chi scrive, resta legato a una serie di stereotipi del tipo" è un'usanza di quel popolo, non ci possiamo intromettere", mentre ci veniva rivelato che molte donne nel loro paese indossavano vestiti occidentali, e in Europa, costretti anche dalla non accettazione del loro colore di pelle e lingua, finivano a essere ricondotte in alvei difensivi patriarcali, per essere picchiate, promesse in spose e uccise se non accettano.
Non esistono schemi, modelli, neanche nel male. Non esiste, purtroppo, solidarietà femminile, come fatica ad emergere la figura della donna nella mafia d'oggi.
Il solo fratellino di Saman la comprendeva, mentre la madre, per confermare il suo ruolo all'interno del nucleo familiare, è stata durissima con sua figlia.
Così mi vengono chiari gli atteggiamenti che trovo quando vado nei quartieri a maggioranza araba nella mia città; sono cambiati da quando li frequentavo per organizzare riunioni della Rete Migranti Diritti Ora!, quando organizzavamo le cose assieme perché si parlava, anche ingenuamente, di lotta di classe, non solo di accoglienza. Erano momenti qualificanti, quelli in cui parlavamo in maniera meno paternalistica con chi veniva da terre lontane e che, come i bangladeshi, erano già abituati a lavorare alle carrette del mare. Ora sono ai cantieri, nei subappalti, e fanno fatica a staccarsi dai loro connazionali, che sono i primi che controllano il lavoro, le buste paga truccate, gli accordi con le dita appaltanti.
Ora, per me, è più facile comprendere questo arroccarsi sulle identità d'origine, con tutti i risvolti negativi. Anche la diffidenza nei confronti dei vicini di casa è aumentata, anche la loro nei miei confronti.
Vorrei dire che abbiamo perso, e l'unico modo per reagire è uscire da questi stereotipi "politcally correct": se una donna vuole essere libera in Italia come in Iraq (vedi gli ultimi esempi) è mio dovere di maschio internazionalista appoggiarla, e non trincerarmi dietro la retorica del velo scelto da loro. È ovvio che ci siano molte sfaccettature, come molte persone più giovani di me che mi contesterebbero.
Ma ne ho conosciute altre, che mi hanno dato speranza. Rivolgo un pensiero di speranza pensando alle manifestazioni Pro Palestina organizzate da donne universitarie di seconda generazione, col velo e anche vestite all'occidentale, molto decise, preparate, allegre, che avevano molto da insegnare agli universitari maschi che le avevano seguite, e hanno concluso il tutto con danze multicolori.











