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di Valentina Marotta

Corriere Fiorentino, 4 aprile 2025

La Corte d’appello conferma la sentenza di primo grado per i fatti di San Gimignano, pene ridotte per 5. Ancora una volta, tutti condannati, con qualche riduzione di pena, i quindici agenti della polizia penitenziaria accusati di tortura, lesioni e minacce per aver preso a botte e umiliato un detenuto durante un trasferimento da una cella all’altra, nel carcere di San Gimignano nell’ottobre 2018. La Corte d’appello di Firenze, dopo quasi due ore di camera di consiglio, ha confermato la condanna per dieci poliziotti della penitenziaria, giudicati in primo grado con rito abbreviato con pene comprese tra 2 anni e 3 mesi a 2 anni e 8 mesi di reclusione ma ha ridotto la pena per altri cinque che avevano scelto il rito ordinario: la più severa a 4 anni e 2 mesi, la più mite a 3 anni e 8 mesi di reclusione.

In primo grado, il tribunale di Siena aveva inflitto condanne comprese tra 5 anni e 10 mesi e 6 anni e 6 mesi. La Corte ha sostituito la sanzione accessoria della interdizione perpetua dai pubblici uffici con quella temporanea della durata di 5 anni e revocato le sanzioni accessorie della interdizione legale e della sospensione della responsabilità genitoriale. Alla fine, i giudici della seconda sezione hanno accolto le richieste del procuratore generale Ettore Squillace Greco. Che nel corso della sua requisitoria aveva detto: “È stata un’operazione con finalità dimostrative e deterrenti, non un semplice trasferimento di cella. È evidente che il detenuto - trascinato per il corridoio tanto da perdere i pantaloni e, in mutande, ancora trascinato fino ad una cella, dove è stato di nuovo picchiato e lì lasciata mezzo nudo senza neanche una coperta - abbia subito trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”.

Dopo la lettura del dispositivo, gli imputati, insieme ai familiari ed amici, hanno abbandonato l’aula 31 del palazzo di giustizia. E solo una volta fuori, una parente ha battuto le mani verso il tribunale e un altro ha sussurrato “questa non è giustizia”. Una sentenza che divide gli animi. “È profondamente ingiusta, confidiamo che la suprema corte di Cassazione potrà porre rimedio - commenta l’avvocato Federico Bagattini uno dei difensori - Si sta discutendo di onesti lavoratori che da quattro anni sono sospesi dal servizio per un trasferimento da cella a cella di un detenuto in una situazione di degrado organizzativo, vista la mancanza di un direttore titolare e la cronica carenza di strumenti che caratterizzano l’intero sistema carcerario italiano”. A dare il via all’inchiesta fu una lettera recapitata a un’associazione che si occupa di diritti dei detenuti, la Yairaiha Onlus. I fatti risalgono all’11 ottobre 2018 quando nel corridoio largo due metri dell’istituto penitenziario si verificarono 4 minuti di caos ripresi dalle videocamere di sorveglianza, sfociati poi nella violenza sul recluso, un tunisino detenuto per droga. Il video proiettato in aula fu al centro delle indagini raccolte in un fascicolo di oltre 4.500 pagine.