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di Edoardo Semmola


Corriere Fiorentino, 27 novembre 2020

 

Ciuffoletti, Altro Diritto: una vittoria? No, neanche la condanna lo sarebbe. Non chiamatela battaglia vinta. Almeno, non ancora. "Ma nemmeno un'eventuale condanna degli agenti lo sarebbe". È solo "un piccolo passo importante" dice Sofia Ciuffoletti, Garante dei detenuti di San Gimignano in qualità di presidente dell'associazione L'Altro Diritto.

Lo dice però con la voce colma di soddisfazione di chi tanto ha sudato, lottato e si è impegnata in una battaglia che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata a molti "inutile". Perché il rinvio a giudizio di cinque agenti di polizia penitenziaria per reato di tortura ha qualcosa di storico: "Per la prima volta parliamo di tortura di Stato in Italia, anche

Sofia Ciuffoletti, 39 anni, laureata in Giurisprudenza all'Università di Firenze, è presidente dell'associazione L'Altro Diritto se ancora dobbiamo capire se verrà interpretata come un'aggravante o come un reato autonomo, ma soprattutto - insiste Ciuffoletti - per la prima volta i detenuti prendono consapevolezza che la loro voce può essere ascoltata in un'aula di giustizia". E questa consapevolezza glie l'hanno data loro de L'Altro Diritto, realtà che lavora su terreni come questo da oltre vent'anni.

Da otto svolge la funzione di garante nella struttura di San Gimignano e da due è in prima linea - con il professor Emilio Santoro dell'Università di Firenze prima, con Sofia Ciuffoletti dopo - su questo specifico caso di torture. "La totale sfiducia che si respirava prima nella popolazione carceraria in tema di possibile ottenimento di giustizia per casi di questo genere, rendeva l'omertà generale la normalità - prosegue - ma questo rinvio a giudizio mostra ai detenuti un orizzonte nuovo, gli dimostra che denunciare i maltrattamenti si può e che un giudice li ascolterà. La vera grande vittoria è poter andare a dibattimento per la ricerca delle responsabilità".

Per l'Altro Diritto, da quell'11 ottobre 2018, è iniziata una maratona faticosa e snervante, di cui però adesso raccolgono i frutti: "Abbiamo dovuto lavorare sodo sulla possibilità di portare in giudizio il conflitto, cosa fino ad ora tutt'altro che scontata, aiutando i detenuti a mettere per scritto le loro doglianze, spiegare loro che era possibile innescare una procedura e far sentire la propria voce, e come farlo, anche se la direttrice di allora gli diceva che possibile non era".

Quando arriverà la sentenza "sarà la prima pietra su cui fondare la futura tutela dei diritti contro la violenza in carcere. E se ci sarà condanna - riflette la presidente dell'Altro Diritto - sarà qualcosa di storico anche perché la denuncia non è scaturita da una vittima diretta delle torture, ma da altri detenuti".

Quello di San Gimignano è un carcere che in questi anni ha messo a dura prova il lavoro dei volontari. Una struttura "per tanto tempo lasciata in situazione di anomia, con un clima di tensione e violenza, senza che si sapesse bene come funzionava la catena di comando, lasciandoci senza un interlocutore stabile". Fortunatamente hanno ricevuto l'appoggio sia del Comune, che li ha scelti come garanti e li ha supportati in tante contestazioni burocratiche, sia del Dipartimento di amministrazione penitenziaria.