di Mauro Bonciani
Corriere Fiorentino, 24 settembre 2019
Tra poche settimane saranno sei anni dalla sua nomina a Garante dei detenuti della Toscana. E Franco Corleone è stato in precedenza Garante dei detenuti per il Comune di Firenze.
"Le risorse ci sono, ma ci sono tante lentezze. È un problema politico: se si vede il carcere come un luogo chiuso e non di rieducazione è difficile cambiare le cose: prevale solo il controllo"
Dottor Corleone, cosa fa il Garante?
"Io, come tutti i garanti delle altre regioni e dei Comuni esercito i compiti fissati dalle norme. Il cardine è affermare il sistema di garanzia dei diritti che discendono dalla Costituzione: dare risposte alle pulsioni che un luogo di potere, sui detenuti e tra i detenuti, come il carcere può scatenare; garantire la dignità della persona e che la pena corrisponda al senso fissato dalla nostra Carta. Poi ci sono le funzioni più "ordinarie", le visite e il monitoraggio agli istituti, o colloqui con i detenuti, i rapporti con la magistratura di sorveglianza, l'interlocuzione con la Regione".
E che limiti ha il vostro intervento?
"Noi abbiamo potere di parola, di denuncia, di sollecitazione, non di governo o gestione. È quindi un potere relativo. Ma mi viene da pensare che se noi non ci fossimo la situazione delle carceri italiane sarebbe ben peggiore. Ad esempio, dopo la condanna della Corte Europea del nostro Paese per il sovraffollamento, tanti detenuti hanno scelto la strada del ricorso, non di atti violenti".
Che voto dà alle carceri toscane: 7, 6 o 5?
"È difficile dare la sufficienza. Anche perché tante situazioni potrebbero essere risolte rapidamente e facilmente, i progetti nuovi su Gorgona e Pianosa, il reparto femminile all'istituto Gozzini di Firenze. Cose che se fatte cambierebbero non solo la situazione ma anche la percezione delle cose".
È un problema politico, culturale o di mancanza di risorse?
"Le risorse ci sono. È un problema politico, di visione: se si vede il carcere come un luogo chiuso, non come di rieducazione come prevede la Costituzione, è difficile cambiare le cose, prevale il controllo. Nelle carceri ci sono esperienze straordinarie che dovrebbero modellare la vita ordinaria, quotidiana degli istituti".
Cosa possono fare di più gli enti locali?
"Occorrerebbe maggior sinergia, invece ognuno tende a fare da sé; ma così le cose non funzionano".
L'impressione è che le cose non cambino mai. Si fanno le stesse denuncie sugli stessi problemi da anni, se non decenni. È così?
"C'è una certa disillusione, che trapela anche negli ultimi scritti di Margara, il mio predecessore purtroppo scomparso prematuramente. A volte la speranza può diventare malattia. Di certo il fallimento della riforma dell'ordinamento penitenziario è stato un brutto colpo. Però per fortuna non è vero che nulla cambia, che tutto è uguale. Ci sono problemi, lentezze assurde, ma anche esperienze come il teatro a Volterra o quella a Massa dove quasi tutti i detenuti lavorano".










