di Laura Valdesi
La Nazione, 15 luglio 2022
Testimonia nel processo ai cinque agenti anche Massimo Parisi, direttore generale del personale del Dap. Braccio di ferro fra procura e difesa sull’estrapolazione del video che accusa gli uomini della penitenziaria.
“Feci una visita ispettiva nel carcere di Ranza, era il febbraio 2019. L’oggetto? Riguardava la gestione della direzione essendo state segnalate forti criticità”, racconta Massimo Parisi, direttore generale del personale e delle risorse del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Che testimonia nel processo per le presunte torture in carcere ai danni di un detenuto di 33 anni, dopo le parole di Sandra Berardi dell’associazione Yairaiha che ricevette l’esposto di 5 carcerati di Ranza. “Chiedevano di dare loro sostegno - spiega - e di far emergere quanto accaduto. Inviammo la notizia al ministero della Giustizia, al presidente della Camera, al Garante nazionale per i detenuti”.
Ma è la ricostruzione di Parisi a scattare una fotografia della situazione ‘bollente’ nel penitenziario, dove rilevò “forti lamentele da parte dei detenuti” ma anche “lacune gestionali”. Che declina: “Dicevano che la direttrice dell’epoca non consentiva il trasporto dei detenuti anche se il medico attestava la patologia, in un’occasione avrebbe anche bloccato il ricovero nonostante la classificazione in codice giallo. La direttrice chiedeva il motivo della spesa dei fondi”. Insomma, “c’era un fermento importante dei detenuti”, oltre a registrare “una conflittualità fra area educativa e della sicurezza”. Parisi conferma di aver parlato durante la visita con uno degli ispettori imputati: “Credo che fosse in linea con la gestione della direzione.
Se facevamo osservazioni, per esempio, rispetto alle telefonate ridotte, pensava che fosse un modo per riportare la regola”. Il direttore del personale svela poi “che più di recente, 6-7 mesi fa, è stata svolta una nuova ispezione ma rispetto a criticità diverse”. Particolarmente lunga la testimonianza davanti al collegio Spina del medico che nel 2018 seguiva i carcerati di Ranza. Il pm Valentina Magnini le rilegge quanto dichiarato quando fu sentita rispetto a come vide, due giorni dopo, l’uomo che sarebbe stato torturato: “La cella era buia, si trattenne a distanza di circa tre metri”. Ma ci sono anche dichiarazioni che l’avvocato Manfredi Biotti, difensore di 4 dei 5 imputati, le rammenta: “Non notò sul volto del carcerato segni”.
E la dottoressa: “Se l’ho detto, vuol dire che è così”. Dopo aver ascoltato un’infermiera, ecco un piccolo colpo di scena quando parla uno degli agenti che contribuì ad estrapolare il famoso video del trasferimento di cella, prova chiave della procura. Quando fu preso, circa un’ora e mezzo la durata delle immagini, non c’era ancora la delega al Nir, tantomeno un’inchiesta aperta.
“Strano che non mi abbiano chiamato per l’operazione”, dice il referente informatico di Ranza che non era presente all’estrapolazione del video. Questione su cui da tempo c’è braccio di ferro fra accusa e difesa. Nuovo round il 21 luglio: saranno ascoltati gli agenti di turno nella fascia oraria successiva al presunto pestaggio, più altri due coinvolti nel procedimento ora in appello.









