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di Elisabetta Andreis

Corriere della Sera, 3 settembre 2026

Protagoniste Lella Costa e Fiorella Mannoia. S’intitola “Caffè nero bollente”, come la canzone di Mannoia, il cortometraggio di Cinzia Pedrizzetti che sarà presentato al Lido. È stato girato interamente in un raggio abbandonato del penitenziario. A San Vittore persino innamorarsi è un lavoro da inventori. Niente cellulari, messaggi, fotografie da spedire. Uomini e donne non possono incontrarsi né sfiorarsi. Restano i muri, le sbarre e qualche codice clandestino da costruire. È dentro questo vuoto che nasce “Caffè nero bollente”, il cortometraggio di Cinzia Pedrizzetti che il 4 settembre, uscirà dal carcere per arrivare al Festival di Venezia, dove sarà proiettato all’Excelsior. Diciotto minuti girati interamente a San Vittore, in un raggio abbandonato che detenuti e troupe hanno ripulito, sistemato e trasformato in set.

Per una settimana, davanti e dietro la macchina da presa, agenti di polizia penitenziaria e reclusi hanno lavorato fianco a fianco. Gli altri detenuti osservavano le luci e il viavai delle attrezzature. Alcuni si sono offerti di trasportare materiali, montare, aggiustare. Il titolo arriva dalla canzone di Fiorella Mannoia che Pedrizzetti ascoltava in continuazione da bambina. La cantante è entrata nel raggio per interpretare una detenuta; Lella Costa veste i panni dell’avvocata. Ma tolte loro e i due protagonisti, gli interpreti sono persone realmente detenute e agenti.

Per la prima volta è una storia di San Vittore recitata e girata a San Vittore, con il carcere che non presta soltanto le mura ma anche voci, corpi, facce, memoria. La fotografia è di Luca Bigazzi, storico collaboratore di Paolo Sorrentino e, a Milano, spesso presente all’iniziativa “Scendi, c’è il cinema” al Giambellino. “Scenografi, fotografi e operatori hanno voluto lavorare tutti gratuitamente”, racconta la regista. Il primo ciak, in realtà, risale a sette anni fa ed era uno scatto fotografico. Pedrizzetti era entrata nel reparto femminile per seguire il backstage di uno spettacolo ispirato ai diari di Frida Kahlo. Poi aveva convinto l’allora direttore Giacinto Siciliano a lasciarla fotografare otto donne nelle loro celle. Abiti di ogni giorno e lampi di colore violentissimi: il carcere trasformato per tre giorni in un palcoscenico. Quei ritratti erano diventati una mostra in Triennale. Su suggerimento del fotografo Ferdinando Scianna, era poi tornata dalle detenute per insegnare loro a usare la macchina fotografica.

La storia del corto si è infilata proprio lì, tra una fotografia e chi la guardava. Sono arrivati i casting e le interviste. “Ho incontrato personalità fortissime. Avevo già cominciato a scrivere e temevo di avere immaginato vicende troppo violente. I loro racconti mi hanno fatto capire che non lo erano affatto”. La protagonista, Giovanna, è il punto d’incontro di molte di quelle vite: una giovane donna cresciuta nella violenza, abituata a usarla come unica lingua possibile. In cella si aggrappa a Diego, un amore quasi immateriale. Non può incontrarlo, stringergli la mano, controllare sul telefono se sia connesso. Deve immaginare un linguaggio nuovo. E proprio nel luogo che le toglie il contatto scopre la tenerezza. Prima di festival e giurie, il corto è stato mostrato a chi lo aveva reso possibile. I detenuti si sono riconosciuti, qualcuno si è commosso. Poi hanno consegnato alla regista una recensione di quattro parole: “Ci hai un po’ cambiati”. Domani Caffè nero bollente attraverserà il cancello. Loro resteranno dentro, ma la storia che hanno costruito arriverà fino a Venezia.