di Lorenzo Malagola
Tempi, 1 ottobre 2024
Affermare la cultura dei doveri e delle regole accanto a quella dei diritti. È questo il primo passo da compiere per migliorare il quadro della giustizia minorile italiana. Ne è convinto Antonio Sangermano, il Capo Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità, che ha fotografato con precisione lo stato dell’arte degli Ipm della penisola.
Presidente, è passato un anno dall’entrata in vigore del decreto legge Caivano. L’impatto sul numero dei detenuti negli Ipm è stato così forte come si temeva?
Grazie a questo decreto legge, che è espressione dell’indirizzo politico del Governo, da ottobre a oggi abbiamo inviato nelle carceri per adulti ben 152 giovani adulti, di età compresa tra i 21 ed i 25 anni, che si sono resi responsabili di aggressioni alla polizia penitenziaria, di atti violenti e di devastazioni all’interno degli Istituti penali per minorenni. Questo è stato reso possibile proprio dalla Legge Caivano, che ci ha consentito di intervenire, trasferendo i soggetti maggiorenni resisi responsabili di atti illeciti. È necessario sottolineare che il dl Caivano incrementa le prerogative processuali della magistratura minorile che, applicando questi strumenti, dimostra la correttezza della norma. Si tratta di una risposta a un’esigenza reale che nasce dalla società e dalle nuove devianze giovanili.
Possiamo tracciare un identikit della popolazione delle carceri minorili?
A oggi (16 settembre, ndr) abbiamo 567 detenuti, in larga maggioranza maschi, con un’incapienza di circa una quarantina di posti. A livello nazionale, la popolazione carceraria minorile è composta per il 52 per cento da stranieri non accompagnati, che in alcuni Ipm del nord arrivano a superare il 90 per cento. Ne consegue che molti degli atti violenti compiuti negli Istituti penali per minorenni provengono da minori stranieri non accompagnati. Questo, ovviamente, è un dato che non ha nessuna connotazione razziale, ma che fotografa la situazione esistente. Le faccio un esempio. Nella rivolta di Torino dello scorso agosto, ben otto degli undici arrestati sono minorenni stranieri non accompagnati. La popolazione carceraria è cambiata proporzionalmente alla crescita dell’immigrazione. Dobbiamo studiare delle misure per il loro trattamento, che deve andare di pari passo con l’integrazione. Non c’è trattamento senza sicurezza.
Il ministro Nordio ha detto che in passato si è sottostimato il problema della crescita della criminalità minorile e questo ha portato ad avere un numero esiguo di Ipm. C’è stato in questo un problema culturale secondo lei?
Trovo corretta l’analisi del ministro Nordio, che condivido. Quando ho assunto questa carica ho trovato un comparto afflitto da criticità cronicamente persistenti e derivanti anche dall’inopinata dismissione di strutture come gli Ipm di Lecce e L’Aquila. A questo si aggiungono anche alcune ristrutturazioni che si sono protratte nel tempo creando innegabili disagi. La sfida di oggi per questo dipartimento è chiara: implementare gli spazi detentivi, decongestionando così gli Ipm, e contemporaneamente potenziare in tutti i modi le comunità socio-educative ad alta densità terapeutica. Entro dicembre dovremmo poter contare su tre nuove comunità a Milano e due a Roma. Questo testimonia che la nostra visione non è carcerocentrica, ma volta a rafforzare il ruolo delle comunità.
Quali sono le difficoltà oggettive nella gestione degli Ipm?
La criticità maggiore riguarda il rapporto, la relazione, il “logos” con i minori stranieri non accompagnati. Si tratta spesso di ragazzi chiusi in se stessi, che rifiutano l’approccio trattamentale e che non hanno una prospettiva esistenziale. Bisogna ridare loro un progetto, uno scopo. L’Italia però non può essere un Paese di soli diritti, altrimenti si creerebbe una società senza rispetto per le regole. Bisogna ripartire dalle parole di Moro, costruire un Paese con diritti e doveri. I minori stranieri devono essere salvati, ma devono anche voler essere salvati. Questo è un punto centrale della mia analisi: non c’è trattamento senza sicurezza. Perché se gli operatori hanno paura di entrare in un Ipm, non ci può essere spazio per il trattamento.
Il Beccaria e Casal del Marmo sono ormai bombe sociali impossibili da disinnescare?
C’è anche un po’ di esasperazione da parte dei media. Basti pensare alla rivolta del 15 settembre a Roma. Due giovani adulti, attestati maggiorenni tramite perizia e in attesa del nullaosta al trasferimento nelle carceri per adulti, hanno dato vita a una protesta perché erano stati esclusi dalle attività in comune. La Polizia penitenziaria è intervenuta e poco dopo, senza l’uso della forza, si è ristabilita la calma. A volte c’è un modo antinazionale e ideologico di raccontare i fatti, senza mai valorizzare le tante cose positive che si fanno. A Casal del Marmo è stata ripristinata la legalità usando solo il dialogo. E questo non può certo essere raccontato come una sconfitta dello Stato.
Ma come è possibile che un Ipm resti per 20 anni senza un direttore?
Per venti anni le strutture detentive minorili non hanno avuto direttori e comandanti, ma solo direttori e comandanti a scavalco, presenti per 2-3 giorni a settimana. Questa amministrazione ha dato a tutti gli Ipm un direttore e un comandante. Certo, a volte può essere successo che non siano stati all’altezza della situazione, ma stiamo lavorando anche su questo.
Qual è la sua sfida progettuale?
Coniugare sicurezza e attività trattamentale, tutelare l’onore e la dignità della Polizia penitenziaria, sottoposta troppo spesso ad atti violenti, tutelare la legalità a ogni livello, potenziare le attività trattamentali, aprire nuove comunità per minori, decongestionare gli Ipm con nuovi e idonei spazi detentivi, implementare tutto il comparto delle funzioni sociali, specializzare le funzioni svolte negli Istituti minorili, affrontare con nuove figure professionali i “bisogni speciali” dei detenuti stranieri, diffondere la cultura dei doveri e delle regole accanto a quella dei diritti. Ecco, quest’ultima è la sfida più importante.











