di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 giugno 2026
L’indagine del Coina denuncia turni in solitaria, aggressioni, rischio infettivo e strutture sovraffollate oltre ogni limite. È notte. Nel carcere “Antimo Graziano Bellizzi” di Avellino ci sono seicento detenuti. Il personale sanitario in servizio: due infermieri. Quando uno di loro è malato o in ferie, rimane uno solo. Un unico professionista per seicento reclusi, distribuiti su più padiglioni, in una struttura che manca anche di acqua corrente nelle ore notturne. Non è una situazione eccezionale. Succede con regolarità, ed è documentata nell’indagine che il Coina, Sindacato delle Professioni Sanitarie, ha svolto sul tema della sanità penitenziaria.
Il dato più duro dell’indagine è semplice da enunciare e difficile da metabolizzare. In alcune realtà, durante i turni notturni, i fine settimana e i periodi festivi, si arriva al rapporto di un solo infermiere ogni seicento detenuti. Non è un’eccezione. È la norma strutturale di un sistema sanitario penitenziario che non regge più da anni. Il tasso di sovraffollamento medio degli istituti italiani ha raggiunto il 130,6% secondo i dati del Coina, ma il XXII Rapporto di Antigone “Tutto chiuso”, presentato il 19 maggio scorso, aggiorna quella cifra al 139,1%, con 64.436 detenuti a fronte di soli 46.318 posti effettivamente disponibili. Settantatré istituti superano il 150% di occupazione. Otto sfondano il 200%. Lucca è al 240%, Foggia al 225%, San Vittore al 210%.
Su questi numeri che crescono si innesta il collasso della sanità interna. Gli infermieri che lavorano nelle carceri sono sempre meno rispetto ai posti previsti in organico, e quelli che ci sono svolgono turni che in qualsiasi altro contesto sanitario sarebbero considerati illegali. Il rischio di aggressioni fisiche è quotidiano. Il rischio di contrarre malattie infettive è quadruplicato rispetto ai reparti ospedalieri ordinari. In molti casi, come ad Avellino, la struttura non garantisce nemmeno le condizioni igieniche minime per operare in sicurezza. Il Coina non lavora su stime: i dati sono raccolti istituto per istituto, turno per turno, incrociando le segnalazioni degli iscritti con i riscontri del Garante Nazionale. Marco Ceccarelli, Segretario Nazionale del sindacato, usa parole precise: “Siamo davanti a un massacro silenzioso e lo Stato ne è complice”.
Quattromila e cinquecento aggressioni l’anno - La violenza nelle carceri italiane non è un tema nuovo. Ma il modo in cui il Coina la quantifica rispetto al personale sanitario aggiunge una dimensione che i dati ufficiali non catturano. Secondo il sindacato, incrociate con i dati del Garante Nazionale, le aggressioni al personale sanitario ammontano a circa 4.500 ogni anno. Sputi, minacce, spinte, pugni. La parte visibile è solo una piccola frazione. L’ottanta per cento non viene denunciato: gli infermieri penitenziari hanno smesso di farlo perché il sistema non reagisce. Hanno accettato che fare un turno significhi accettare anche questo.
L’indagine scende nel dettaglio dei singoli istituti. A Foggia, al 225% di sovraffollamento secondo il rapporto Antigone, il sessanta per cento degli infermieri in organico subisce aggressioni fisiche dirette almeno una volta l’anno. Pugni, schiaffi, lanci di oggetti. Con una carenza di personale del quarantacinque per cento, il Coina scrive che la sicurezza “è ufficialmente azzerata”. A Napoli, a Poggioreale, ci sono oltre 2.200 detenuti. Un singolo infermiere gestisce fino a quattrocento pazienti. Nell’ottantacinque per cento dei casi di somministrazione farmacologica effettuata senza agenti della polizia penitenziaria, il personale subisce minacce o intimidazioni gravi.
A Milano, San Vittore registra il 230% di sovraffollamento. Su 1.100 detenuti, la sproporzione con il corpo infermieristico ha prodotto un aumento del 45% degli eventi critici nell’ultimo anno. Il 75% dei turni diurni conta aggressioni verbali o fisiche. Opera, pur in regime di alta sicurezza, con soli 31 infermieri su 56 previsti ha visto crescere del 20% le aggressioni mirate verso il personale sanitario. A Torino, nel Lorusso e Cutugno, il tasso di burnout e assenteismo per stress correlato è al 35%. A Roma, a Regina Coeli, con il sovraffollamento al 191%, il 40% degli interventi sanitari si svolge in presenza di pazienti con patologie psichiatriche che sfociano in aggressioni. A Rebibbia, il rapporto infermiere/detenuto di 1 a 250 ha prodotto un aumento del 30% degli infortuni sul lavoro. A Pisa, il 50% delle prestazioni nell’area Sai avviene sotto minaccia costante. A Pistoia, con il sovraffollamento al 170%, le aggressioni legate alla richiesta di psicofarmaci sono aumentate del 35%. Non è solo violenza interpersonale. Il Coina segnala anche il crollo dei protocolli di profilassi. Il sovraffollamento sopra il 200% trasforma le celle in incubatori infettivi. Il rischio di esposizione a tubercolosi, epatiti croniche e HIV per il personale sanitario è quadruplicato rispetto ai reparti ospedalieri. Ad Avellino, la mancanza di acqua corrente nelle ore notturne non è un semplice disservizio. Secondo i parametri dell’OMS e ciò che emerge nelle relazioni del Garante, è una violazione dei protocolli internazionali di biosicurezza.
Da noi un infermiere per seicento reclusi, la Francia ne garantisce uno ogni cento - Il confronto con il resto d’Europa è netto. Secondo i dati del Consiglio d’Europa e le linee guida OMS “Health in Prisons”, in Francia e Spagna il rapporto medio è di un infermiere ogni 80-100 detenuti. In Italia la media è 1 a 600. Eppure il Ministero della Salute, competente sulla sanità penitenziaria dal 2008, non ha mai avvicinato quegli standard nemmeno nelle piante organiche teoriche. Il Coina sostiene che questo dato configura una violazione dei trattati internazionali sul diritto alla salute e sulla sicurezza dei lavoratori. Gli istituti per minori aggiungono un capitolo a parte. La popolazione nei penitenziari minorili è cresciuta del cinquanta per cento. Al Beccaria di Milano e al Ferrante Aporti di Torino, negli ultimi dodici mesi le aggressioni fisiche ai danni del personale sanitario sono aumentate del sessanta per cento. Al Casal del Marmo di Roma, teatro di incendi e devastazioni, gli eventi traumatici per il personale sanitario sono quadruplicati. Il carcere minorile, che dovrebbe avere una funzione rieducativa, funziona come puro contenimento.
Il Coina ha presentato al governo tre richieste. La prima è un piano straordinario di assunzioni per portare il rapporto almeno a 1 a 150, eliminando i turni in solitaria. La seconda è l’istituzione di scorte sanitarie obbligatorie durante la somministrazione delle terapie e i turni notturni. La terza è un’indennità di rischio penitenziario specifica per chi lavora nelle carceri. Se non ci saranno risposte dai ministri Piantedosi e Schillaci, dice Ceccarelli, il sindacato proclamerà lo stato di agitazione nazionale.
Come è noto, nel 2025 ci sono stati 82 suicidi e altri 26 nei primi mesi di quest’anno. Nel 2025 nelle carceri italiane sono morti complessivamente 254 detenuti. Quasi metà della popolazione detenuta assume sedativi o ipnotici. Più del 60% trascorre quasi l’intera giornata chiuso in cella. Le aggressioni tra detenuti sono aumentate del 73% tra il 2021 e il 2025. In questo contesto, il sindacato che rappresenta chi cura i detenuti parla di “massacro silenzioso”. È una definizione forte. Ma anche i numeri lo sono.










