di Luigi Manconi
La Repubblica, 6 dicembre 2023
Può un uomo, sotto la custodia dello Stato, rimanere ostaggio di altri detenuti per ore? E può subire violenza non una volta, ma due volte, in due istituti penitenziari diversi? Pochi giorni fa una donna è stata accompagnata nella cella dove suo figlio è stato violentemente picchiato per ore dai suoi compagni. Nello spazio angusto dove era recluso il figlio rimangono ancora le tracce del pestaggio: una scarpa, del sangue, il tavolo e i letti rivoltati. La donna è Alessandra Zarri, madre di Alberto Scagni, detenuto nel carcere di Sanremo, e di Alice Scagni, morta per mano del fratello nel maggio del 2022.
“Sono arrivata in carcere alle ore 10” - racconta Zarri alla Senatrice Ilaria Cucchi - “e verso le 11:25 sono stata accompagnata alla cella 6. Quella in cui è stato massacrato Alberto, mio figlio. Davanti alla cella 6 c’è la cella 9. Ci sono tre persone detenute, appena rivolgo lo sguardo si avvicinano e mi dicono: ci dispiace per quello che è successo, abbiamo chiamato noi, abbiamo cercato di fermarli”. Può un uomo, sotto la custodia dello Stato, rimanere ostaggio di altre persone detenute per tre lunghissime ore? E può subire questo tipo di violenza non una volta, ma due volte, in due istituti penitenziari diversi?
La senatrice Cucchi nel suo post ricorda la vicenda della madre di Scagni che, quando ancora sua figlia era viva, aveva tentato insieme alla famiglia di comunicare il disagio psichico di Alberto. Sapevano fosse fortemente malato, avevano chiesto aiuto ai servizi, avevano denunciato la possibile pericolosità del loro familiare. E dopo l’uccisione della sorella Alice, la sua “incapacità di cogliere la realtà” (dice la madre) si era acutizzata, fino a rendere Alberto ancora più estraneo al mondo circostante.
I genitori avevano chiesto che il figlio pagasse per quanto aveva fatto, soprattutto - sottolineavano - “per evitare che qualcun altro si facesse del male”, ma allo stesso tempo avevano denunciato l’ingiustizia di recluderlo senza curarlo. Lui, come tutti coloro che soffrono di una patologia psichiatrica, aveva bisogno di un percorso terapeutico che in carcere gli è stato costantemente negato. A oggi Alberto Scagni è in prognosi riservata e, fanno sapere, una volta guarito sarà trasferito in un altro carcere. Il rischio, lo sappiamo, è che il trasferimento in una nuova cella di una nuova prigione potrebbe risultare un ulteriore passo verso la morte.










