di Adalgisa Marrocco
huffingtonpost.it, 30 aprile 2025
Il Freedom to Write Index 2024 di PEN America registra 375 scrittori incarcerati nell’ultimo anno per aver espresso il proprio pensiero, un numero in crescita costante da sei anni. Dalla Cina all’Iran, dalla Russia alla Turchia, passando per Israele e gli Stati Uniti, un tempo considerati bastioni della libertà di pensiero. Le parole fanno paura. Soprattutto quando cercano la verità e interrogano il potere. Sempre più spesso, chi le pronuncia - e soprattutto le mette nero su bianco - paga un prezzo altissimo. A testimoniarlo, con cifre e nomi, è il nuovo Freedom to Write Index 2024 pubblicato da PEN America, organizzazione che tutela la libertà d’espressione: nel 2024 sono stati 375 gli scrittori incarcerati nel mondo per aver espresso liberamente il proprio pensiero.
L’anno scorso erano stati 339. E da sei anni la curva non smette di salire. Tra i casi più recenti ed emblematici, quello dello scrittore franco-algerino Boualem Sansal, condannato da un tribunale di Algeri a cinque anni di prigione per le sue opinioni. Né gli appelli internazionali né le pressioni diplomatiche della Francia sono riusciti finora a ottenerne la liberazione.
A colpire non sono solo i numeri, ma anche la geografia della repressione: sempre più estesa, non più limitata a regimi notoriamente autoritari. Con 118 scrittori detenuti, la Cina si conferma al primo posto. Segue l’Iran con 43 autori arrestati, e poi Russia, Arabia Saudita, Egitto. Non manca la Turchia, ancora formalmente democrazia sotto la guida del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Ma nel rapporto viene segnalato anche Israele: ventuno gli autori incarcerati, di cui otto in detenzione amministrativa. Ed emerge un’attenzione crescente anche verso gli Stati Uniti, dove il clima intorno alla libertà di espressione sta cambiando.
“Con i cambiamenti geopolitici in corso e l’ascesa di tendenze autoritarie in Paesi un tempo considerati baluardi dell’apertura, vediamo la libertà di espressione - e quindi gli scrittori - sempre più nel mirino della repressione in un numero crescente di nazioni”, si legge nel Freedom to Write Index. A lanciare l’allarme è Karin Deutsch Karlekar, direttrice del programma Writers at Risk di PEN America, citata dal Guardian. “Negli Stati Uniti non si vedeva un attacco così vasto e profondo alle idee dai tempi della caccia alle streghe maccartista degli anni Cinquanta”, dichiara. La repressione postbellica di intellettuali, scrittori e accademici sospettati di simpatie comuniste viene oggi paragonata alla campagna condotta dall’amministrazione guidata da Donald Trump contro le università, con tagli ai finanziamenti e l’espulsione di studenti e docenti stranieri.
“Le persone vengono arrestate per le loro idee e i loro scritti. È qualcosa di profondamente allarmante”, osserva Karlekar. “Probabilmente è solo questione di tempo prima che anche negli Usa si debba includere nel nostro database il primo scrittore detenuto. Mi aspetto che accada già nel prossimo anno”. Il Freedom to Write Index si concentra su autori di narrativa, poeti, cantautori, saggisti e scrittori online, escludendo i giornalisti di cronaca. Ma secondo la direttrice del programma Writers at Risk, la pressione è ormai palpabile anche nel mondo accademico e culturale. “Su temi come Israele e Palestina, negli ultimi diciotto mesi si è osservato un marcato effetto inibitorio”, spiega. E aggiunge: “È possibile che crescano i timori di esporsi anche su altri fronti: clima, diritti transgender, diritti delle donne. La conseguenza? Un aumento dell’autocensura”.
Ciò che accade negli Stati Uniti, avverte Karlekar, ha ripercussioni ben oltre i confini nazionali. “Gli Stati Uniti sono sempre stati un forte sostenitore della libertà di espressione a livello globale. È fondamentale che governi come quello statunitense o britannico prendano posizione pubblicamente. Se Washington si tira indietro, sarà un colpo durissimo, non solo per le speranze di liberare scrittori detenuti altrove, ma per l’intero equilibrio democratico nel mondo”.
Le autocrazie, ammonisce infine il rapporto, hanno imparato a temere - e dunque a reprimere - il potere della parola: “I governi riconoscono la forza delle parole nel riaffermare verità storiche, nel dare voce a chi è stato cancellato dai registri ufficiali, nel custodire e trasmettere la cultura, nel chiamare le istituzioni alle proprie responsabilità. Le democrazie, invece, sono state lente a comprendere che gli attacchi agli scrittori sono insieme preludio e sintomo di più ampie violazioni dei diritti umani, della democrazia e della libertà di espressione”. Il prossimo Freedom to Write Index, quindi, potrebbe raccontare un mondo ancora più cupo per chi scrive. E per chi, scrivendo, osa essere libero.











