di Fulvio Bufi
Corriere della Sera, 11 luglio 2021
Tra i quindici detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere che dopo i pestaggi del 6 aprile 2020 nel reparto Nilo furono messi isolamento ce n'era uno che meno di un mese dopo, il 4 maggio, è morto. Si chiamava Akimi Lamine, era algerino e aveva ventotto anni.
Ed era schizofrenico. Secondo i magistrati che hanno condotto l'inchiesta c'è un legame strettissimo tra il decesso e i pestaggi, e infatti ritengono che i poliziotti penitenziari che lo picchiarono e quelli che ne disposero l'isolamento debbano rispondere di averne provocato la morte in seguito a torture e maltrattamenti. Ma il gip non ha accolto la tesi dei pm: per lui si è trattato di un suicidio, non ci sarebbero responsabili.
Sulla fine tragica di questo ragazzo, però, resta un'ombra enorme. Magari sarà anche vero che a provocarne il decesso fu l'abuso di farmaci, ma è vero sicuramente che quelle medicine che Akimi doveva prendere quotidianamente per mantenere un equilibrio psichico decente non gli furono date per quattro o cinque giorni, quando fu rinchiuso in isolamento al reparto Danubio. Ed è altrettanto vero che quando ricominciarono a dargliele, gli infermieri gliele consegnavano tutte insieme e se ne andavano, perché non era previsto che il detenuto dovesse assumere i farmaci sotto il controllo di un sanitario.
Poteva non prenderli affatto o prenderli tutti in una sola volta, nessuno avrebbe mai controllato. Eppure la mattina del 4 maggio, quando trovarono il corpo, c'erano pasticche sparse sul pavimento. E c'erano vomito e urina. Akimi era morto durante la notte e nessuno se ne era accorto. Perché non gli avevano dato nemmeno il piantone, un altro detenuto che condividesse la cella con lui e lo sorvegliasse. E del piantone l'algerino aveva diritto, ma quello che gli avevano messo accanto all'inizio dell'isolamento se ne era voluto andare perché Akimi urlava in continuazione, chiedeva le medicine, e lui non ce la faceva più a sopportarlo.
Era andata bene i primi giorni, quando l'algerino aveva dormito per ventiquattro o trentasei ore di seguito, e chissà se quel sonno eccessivo non fosse dovuto proprio alle botte prese, perché tutti i detenuti che lo videro la sera del 6 e che sono stati ascoltati dai magistrati, hanno raccontato che "aveva la testa gonfia", che "quella testa non era normale".
Di botte Akimi ne aveva prese tantissime. Più degli altri, perché lui non riusciva a controllarsi e reagì dando un pugno a un agente. "E allora lo schiattarono a terra", riferisce a verbale un detenuto che vide la scena, intendendo dire che lo massacrarono. Lo picchiarono così forte che un altro agente raggiunse i colleghi e li fermò: "Non lo uccidete perché se no lo paghiamo", disse mentre quelli lo riempivano di calci in faccia e dappertutto.
E lo picchiarono anche al Danubio, dove colpì un altro agente e quello reagì schiacciandogli la faccia contro il pavimento e colpendolo alla testa. Gli ultimi giorni Akimi parlava in arabo. Poche ore prima che morisse un poliziotto chiamò un altro detenuto algerino perché voleva capire che cosa stesse dicendo. Ma lui, quando vide il connazionale, disse soltanto: "Salutami mia madre".











