di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 luglio 2026
Ha chiesto quattordici anni di reclusione per Gaetano Manganelli, ex comandante della polizia penitenziaria nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, e mentre lo faceva non ha usato giri di parole definendolo un “criminale”. Il pubblico ministero Alessandro Milita, oggi procuratore aggiunto di Napoli, ha pronunciato quella parola in aula, durante la requisitoria del maxiprocesso per le violenze commesse dagli agenti della penitenziaria contro i detenuti del carcere casertano nell’aprile del 2020. A Manganelli, che nel frattempo è passato al comando del carcere di Salerno, il magistrato ha contestato una condotta “furba”: l’ex comandante non girò per i corridoi delle sezioni del reparto Nilo, dove i reclusi venivano pestati, ma restò chiuso nel suo ufficio.
Il passaggio su cui Milita ha insistito con più forza riguarda i provvedimenti disciplinari che Manganelli firmò contro i quindici detenuti già finiti sotto i manganelli. “Come fai a fare provvedimenti disciplinari per persone pestate, per dei poveracci che sai perfettamente essere stati pestati”, ha detto il pm rivolgendosi direttamente all’imputato. “Lo trovi lei il termine, io ho scritto aberrante, si può dire mostruoso. Lei lo sa, e lo moltiplichi per un miliardo”. Punire chi era stato picchiato, per l’accusa, serviva a coprire quanto accaduto e a scaricare sui reclusi la responsabilità di ciò che avevano subito.
Manganelli non è l’unico imputato significativo. Per Pasquale Colucci, comandante del gruppo di supporto agli interventi, la procura ha chiesto ventuno anni e quattro mesi, la pena più alta di tutta la giornata. Secondo Milita i due rispondono dell’intera catena dei reati contestati, dalla tortura al depistaggio, fino alla morte di Hakimi Lamine, il detenuto che si spense quasi un mese dopo il pestaggio subito quel 6 aprile. La requisitoria, aperta a fine giugno dai pm Milita, Alessandra Pinto e Daniela Pannone, è arrivata oggi alle prime richieste di condanna più pesanti.
Il giorno della perquisizione - Tutto comincia la sera del 5 aprile 2020, in pieno lockdown. Nel reparto Nilo una quindicina di detenuti protesta dopo la positività al Covid di un compagno. Il giorno seguente, per riportare l’ordine, viene disposta una perquisizione straordinaria. Quella che sulla carta doveva essere un’operazione di controllo si trasforma in una spedizione punitiva. Circa trecento agenti della penitenziaria entrano nelle sezioni e si abbattono sui reclusi: calci, schiaffi, colpi di manganello, testate con il casco, insulti. I detenuti vengono fatti inginocchiare con la faccia al muro e costretti a passare in mezzo ai cosiddetti corridoi umani. I manganelli colpiscono anche un uomo su una sedia a rotelle. I filmati raccontano soltanto una parte di quella giornata; il resto è stato ricostruito con le testimonianze dei detenuti e con le fotografie dei loro corpi.
Le immagini di quei minuti, riprese dalle telecamere interne e pubblicate mesi dopo dal quotidiano Domani, hanno fatto il giro d’Italia. Nelle chat finite agli atti gli agenti parlano dei detenuti come di bestiame da abbattere. In una delle udienze passate l’altra pm del processo, Alessandra Pinto, ha definito quella giornata una violenza di massa “volta all’annichilimento e alla deumanizzazione dei detenuti”. È su fatti come questi che nel 2017 era stato introdotto in Italia il reato di tortura, dopo le condanne europee per le violenze della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto al G8 di Genova. Proprio al paragone con la Diaz Milita è tornato più volte, sostenendo che quei pestaggi, per quanto gravi, “rappresentano il minimo dei comportamenti torturanti” rispetto a quanto visto a Santa Maria Capua Vetere.
La vicenda era rimasta a lungo dentro le mura del penitenziario. A farla esplodere, nell’estate del 2021, furono i filmati diffusi da Domani, che mostrarono senza più margini di dubbio la spedizione punitiva. Da lì partì una vasta operazione giudiziaria, con arresti, misure cautelari e sospensioni dal servizio. Gli indagati erano oltre cento, poi centocinque quelli rinviati a giudizio nel 2022, tra agenti, funzionari del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e medici dell’Asl. A quasi metà degli agenti venne contestato il reato di tortura, mai prima applicato a un numero così alto di funzionari pubblici. Il giudice, nelle sue carte, aveva parlato di “orribile mattanza”. Il caso arrivò fino al ministero della Giustizia: l’allora ministra Marta Cartabia chiese un rapporto completo su ogni passaggio di informazione e sull’intera catena di responsabilità.
Milita ha ricostruito anche ciò che venne dopo. “Quando vedemmo i video delle violenze restammo sconvolti”, ha detto, aggiungendo che da subito “si fece di tutto per depistare le indagini”. Al centro del racconto dell’accusa c’è un presunto accordo tra un medico dell’Asl e alcuni agenti per redigere referti falsi, così da far passare i poliziotti per vittime della giornata del 6 aprile. Per il pm la catena di comando sapeva: dai messaggi letti in aula, dice, risulta che tutti fossero al corrente dei comportamenti che integravano il reato di tortura, a partire dal taglio della barba imposto ai detenuti.
Dentro quella giornata c’è la storia di Hakimi Lamine, ventotto anni, algerino di Annaba, in carcere per reati comuni e affetto da gravi disturbi psichici. Un video di una ventina di secondi lo mostra pestato già nel momento in cui viene prelevato dalla cella del reparto Nilo, poi trascinato per le scale mentre continuano a colpirlo. Finisce in isolamento nel reparto Danubio, insieme ad altri quattordici reclusi considerati i capi della protesta. Lì resta per giorni. Morirà il 4 maggio. L’autopsia disposta dalla procura ha collegato il decesso a un mix di psicofarmaci e ha escluso un legame diretto con le botte, ma per Milita quel che conta è la sequenza di abbandoni seguita al pestaggio: un uomo malato, visitato da un medico soltanto una settimana dopo e lasciato solo, senza cure e senza una ragione per finire in isolamento. “Non c’è nessuna ragione al mondo”, ha detto il pm, per cui Hakimi sia stato indicato come facinoroso e chiuso nel Danubio. Un “caso terribile, unico e spaventoso nella sua dinamica”. Per la sua morte rispondono, a vario titolo, una trentina di imputati, chiamati in causa per il reato di morte come conseguenza del delitto di tortura e per omicidio colposo.
Le pene chieste e la voce di Antigone - La requisitoria di ieri e le richieste vanno dai sette ai ventuno anni. Oltre ai ventuno anni e quattro mesi per Colucci, comandante del gruppo di supporto agli interventi, e ai quattordici per Manganelli, comandante del carcere, l’accusa ha chiesto sette e nove anni per i due medici che avrebbero prodotto falsi referti sulle visite ai detenuti, dodici anni per la commissaria del reparto Nilo, nove anni per la comandante del nucleo investigativo regionale della penitenziaria campana, dieci anni per il provveditore regionale e otto anni per entrambi i vicedirettori. Le richieste, spiega chi segue il dibattimento, ricostruiscono responsabilità e catena di comando dietro a quanto avvenne nell’istituto.
A commentare è l’associazione Antigone, costituita parte civile nel processo, che di quei fatti si occupa fin dai primi giorni. “Le richieste del pm segnano un’importante richiesta di giustizia per un procedimento lungo e difficile”, dice il presidente Patrizio Gonnella. “Antigone già all’indomani di quei fatti ricevette alcune segnalazioni e presentò degli esposti dai quali presero il via le indagini. Per questo l’associazione è costituita parte civile nel processo. In questi casi è fondamentale giungere a una verità giudiziaria che restituisca dignità all’intero Paese”. Secondo l’associazione gli imputati del maxiprocesso sono centosei; il procedimento, che si celebra davanti alla Corte d’Assise presieduta da Claudia Picciotti, proseguirà nell’aula bunker del carcere sammaritano con le altre richieste di condanna, per un totale che si annuncia di diverse centinaia di anni.










