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percorsiconibambini.it, 1 settembre 2026

“Stare delle ore in più con mia figlia mi fa sentire sollevato e non entro nel circuito del pensiero di perderla”. “Perché partecipo al progetto Altrove? Per mia figlia che ha 6 anni. Perché anche se sono in carcere sono suo padre: lei ha bisogno che io le parli, l’abbracci, la educhi. E anche io ne ho bisogno. Uscirò da qui e voglio cambiare vita”. Sono queste le parole di uno dei papà detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere che partecipano al progetto Altrove. Ha 28 anni, sulle spalle un reato commesso a 18 anni e una condanna arrivata molti anni dopo “che mi ha bloccato la vita”, dice.

Aveva un lavoro e aveva messo su famiglia quando è dovuto entrare in carcere e lasciare a casa quanto aveva con fatica costruito, pur consapevole dell’errore fatto e da pagare. Quando parla di sua figlia gli si illuminano gli occhi. Dalle sue parole trapela un senso di grande nostalgia e voglia di essere con lei. “Sto da un anno a Santa Maria ma grazie al progetto ho sempre mantenuto rapporto con mia figlia che per me è importantissimo”, dice.

Abbiamo incontrato in carcere lui e altri papà che partecipano al progetto Altrove - Non è la mia pena alla fine di uno degli incontri con la psicologa. Gli abbiamo chiesto cosa ne pensassero del progetto e perché avessero deciso di aderire: “Lo facciamo per stare un po’ di più con i nostri figli: così abbiamo l’opportunità di stare con loro più tempo, più ore. I bambini sono liberi di muoversi in uno spazio grande e noi con loro”, racconta un papà 33enne. Lui a casa ha lasciato una figlia di 7 anni e un bimbo di un anno e mezzo. Racconta di averli incontrati spesso nella sala colloqui dove oggi c’è il Centro Altrove, la sala colloqui riqualificata e resa a misura di bambine e bambini e famiglie. Le mogli accompagnano i loro figli in questi incontri che i piccoli attendono con ansia come i grandi. “Quando li vedo arrivare, sento nel cuore una felicità enorme. Mi vengono le lacrime agli occhi”, dice un altro papà. “Mia figlia ha 6 anni, conta i giorni per venire a trovarmi”, dice un altro ancora. E aggiunge: “Stare delle ore in più con mia figlia mi fa sentire sollevato e non entro nel circuito del pensiero di perderla”.

Decidere di prendere parte al progetto Altrove e ai percorsi che offre tra cui quello psicologico non è semplice per i papà. Significa volersi mettere in gioco, mettersi, a volte, anche profondamente in discussione e tirare fuori pensieri che prima avevano tenuto dentro. Significa condividere una parte intima e profonda di sé con gli esperti e anche con gli altri papà e famiglie. Eppure i papà che abbiamo incontrato ne erano entusiasti. Uno tra i più giovani dice: “Le prime volte che ho partecipato ai percorsi psicologici l’ho fatto senza voglia, pensavo fossero inutili. Poi quando ha partecipato anche la mia famiglia ho capito quanto fossero fondamentali.

Capita che prendiamo dei giochi (che sono contenuti nel Centro altrove, ndr) e giocando e parlando con le psicologhe capisco tante cose anche di mio figlio. Una volta abbiamo fatto un gioco: io ero una statua e mio figlio doveva modellarmi, mi ha messo le braccia indietro e le gambe in posizione di corsa. Io ero Sonic, il suo supereroe, e lo dovevo salvare. Dovevo correre per salvare tutti. In pochi minuti e in maniera così diretta e chiara ho capito che mio figlio sta crescendo bene, che gli arriva la mia presenza anche se sono in carcere. Io sono piccolo, a volte non so come spiegargli le cose, anche nel poco tempo che ora abbiamo per stare insieme. Lui è così piccolo, ho paura che possa sbagliare come ho fatto io, per questo devo esserci nella sua vita, lo devo educare”. “Il percorso con le psicologhe è bello, ti fanno parlare e questo ti scioglie così non tieni tutto dentro e capisci tante cose di te. Mi fa sfogare e condividere cose che ho dentro, mi sento meglio così”, dice un altro dei papà.

Le ore trascorse nel Centro Altrove piacciono ai papà, alle mamme e ai figli. Nella coloratissima sala colloqui tutto sembra magico. Ci sono i giochi, i colori, i libri, i forni per fare i biscotti e la TV per vedere i film. “Qui giochiamo tanto, facciamo le cose belle di quando eravamo a casa - racconta un papà - Poi quando mia figlia vede il poliziotto capisce che il nostro momento sta per finire ed è molto triste. È molto legata a me: mi riempie di baci e abbracci quando mi vede. Poi mi saluta e inizia a contare il tempo che manca al nostro prossimo incontro”.

Ma la verità è un discorso molto difficile da affrontare per i bimbi. Non tutti i padri detenuti l’hanno raccontata ai loro figli, e questo è un tasto molto doloroso. I papà che abbiamo incontrato si rabbuiano mentre ne parliamo. “Mia figlia ha 6 anni - racconta uno di loro - all’inizio le ho detto che ero qui per costruire delle barche e che sarei tornato a casa appena le avevo finite. Poi le ho detto che dovevo costruire anche delle casette e che mi sarei impegnato a fare il più presto possibile. Ma io so che lei ha già capito tutto. Questa bugia può reggere ancora forse solo per un anno ancora. A casa sente mia moglie che parla con l’avvocato. Una volta mi ha detto: ‘papà ora ci parlo io con l’avvocato’”. Parole che sono come macigni dette da una bambina, una figlia.

Il progetto Altrove ha fornito alcuni strumenti ai genitori per raccontare al meglio la verità ai figli. Piccoli libricini che possono essere di supporto per raccontare questa verità così dura. C’è il “Vademecum per raccontare la verità ai figli sul genitore in carcere”, dedicato agli adulti. Poi ci sono i libricini dedicati ai bambini come il “Glossario semplice per bambini (parole che si sentono quando un genitore è in carcere)” e “Il nostro libro della verità (per capire dove si trovano mamma o papà e sentirsi meno soli)”.

“Mio figlio ha 4 anni e non ha mai creduto alle bugie su dove mi trovassi. Allora gli ho raccontato la verità, non è stato semplice”, aggiunge uno dei papà. Insieme ai papà in carcere resta un grande carico di preoccupazioni e sensi di colpa. “Mia moglie ha sempre lavorato, ha un negozio che ha dovuto chiudere perché non riusciva a lavorare e a crescere i figli da sola. Ora cerca un altro lavoro, spero che ci riesca presto”, racconta uno di loro. Ma tra i pensieri cupi si fa spazio la speranza del futuro, di tutto ciò che succederà una volta usciti.

“Mi manca poco per uscire - racconta uno più giovane - Quando esco da qui voglio trasferirmi con la mia famiglia al Nord Italia. Lì puoi essere più libero di fare tante cose… e crescere meglio i figli, lontano dalle cose brutte che ci stanno qua. Qui le piazze sono pericolose, al Nord te la devi proprio scegliere questa vita”. Un papà racconta che quando mesi fa ha scoperto la possibilità di partecipare al Progetto Altrove, ha iniziato a parlarne con tutti gli altri padri presenti nel suo reparto. “Alcuni li ho convinti a partecipare perché questo progetto ti migliora. Ma non è facile e non tutti vogliono cambiare, risollevarsi e pensare a migliorarsi per quando usciranno da qui. Io lo voglio fare: quando esco da qui non voglio più fare reati”.