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di Irene De Arcangelis e Raffaele Sardo


La Repubblica, 14 giugno 2020

 

Dopo l'inchiesta sulle torture, i reclusi attaccano le guardie indagate: otto feriti. I primi segnali della rivolta arrivano in piena notte. Un detenuto incendia la sua cella, viene portato in infermeria e con altri due carcerati aggredisce due agenti della polizia penitenziaria.

Di primo mattino la ribellione coinvolge l'intero reparto "Danubio" del carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Cinquanta detenuti (tutti considerati "problematici" perché durante l'emergenza Covid, in altre carceri italiane, avevano partecipato ad altre proteste violente) aggrediscono altri sei baschi azzurri, li feriscono, li prendono a sgabellate, tre finiscono in ospedale.

I detenuti prendono le chiavi del reparto, ne diventano padroni. Nel tardo pomeriggio, dopo le trattative del vice capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria Roberto Tartaglia con i rivoltosi, la rivolta si placa. Otto detenuti violenti saranno trasferiti nelle carceri di Avellino e Benevento, a Santa Maria Capua Vetere arriveranno settanta agenti di rinforzo. La rivolta di ieri è l'ultimo atto di una vicenda cominciata nell'aprile scorso ed esplosa giovedì. Ad aprile si era scoperto che un detenuto era positivo al Covid. Era scoppiata la rivolta nel reparto "Nilo" e il giorno dopo la polizia penitenziaria aveva effettuato perquisizioni radicali.

Quelle perquisizioni sono state denunciate dai familiari dei detenuti, dall'associazione Antigone, dal garante dei detenuti Samuele Ciambriello. E tutto è finito in una inchiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere con 57 indagati. Quattro giorni fa 44 avvisi di garanzia sono stati notificati dai carabinieri agli agenti della penitenziaria - ipotesi di reato tortura, violenza privata e abuso di potere - davanti ai cancelli del carcere "Uccella" sotto gli occhi beffardi dei familiari dei detenuti. Una azione "spettacolare e umiliante per la categoria", come hanno spiegato i sindacati della penitenziaria e "senza alcun rispetto della privacy".

Perciò gli indagati agenti hanno protestato salendo sul tetto del carcere mentre i detenuti festeggiamenti l'affronto subito dalla penitenziaria facendo esplodere i petardi. E sulla festa fatta in cella il procuratore generale della Repubblica Luigi Riello ha chiesto "una dettagliata e sollecita relazione al procuratore presso il tribunale di Santa Maria Capua Vetere e ai vertici regionali dell'arma dei carabinieri al fine di accertare ogni dettaglio dell'operazione e la veridicità o meno di quanto denunciato da alcuni esponenti sindacali della polizia penitenziaria", relazione che non è stata ancora presentata.

E ieri mattina durante la rivolta il reparto "Danubio" era fuori controllo. Gli agenti indagati sono andati via, non hanno voluto intervenire e per loro hanno parlato i sindacati: "Gli agenti - spiega Daniela Caputo, segretario nazionale dell'Associazione nazionale dirigenti e funzionari di Polizia penitenziaria - che per sedare le rivolte agli inizi di aprile nello stesso carcere, adesso si trovano indagati per tortura, insieme al loro comandante come avrebbero potuto intervenire?

All'ennesima aggressione e all'ennesimo linciaggio mediatico i poliziotti penitenziari non ci stanno. Chiediamo al ministro della Giustizia e alle istituzioni di discutere in concreto quali siano i compiti del corpo di Polizia penitenziaria". Pian piano la situazione è tornata alla normalità con i detenuti che sono stati ricondotti nelle celle. Il vice capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Roberto Tartaglia, ha visitato il "Danubio" dove si erano svolti i disordini, ha incontrato gli agenti, ascoltando le loro istanze.