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casertanews.it, 12 novembre 2024

“Il colloquio col magistrato non è stato registrato”. Il caso sollevato dalle difese per il buco di otto minuti durante i quali il magistrato di sorveglianza Marco Puglia ha parlato con Hakimi Lamine. Il colloquio con Hakimi Lamine, il detenuto morto un mese dopo il pestaggio al carcere di Santa Maria Capua Vetere del 6 aprile 2020, non sarebbe stato registrato e per questo manca agli atti del fascicolo della Procura. È quanto emerso nel corso dell’udienza, celebrata all’aula bunker, del processo a carico di 105 persone tra agenti, funzionari del Dap e due medici.

Il caso del colloquio con il magistrato di sorveglianza Marco Puglia, il cui video non sarebbe stato rinvenuto nel fascicolo della Procura, era stato sollevato dalle difese degli imputati nelle precedenti udienze. In apertura del processo, il presidente della Corte d’Assise Roberto Donatiello ha letto una lettera di Puglia nella quale il magistrato di sorveglianza ha chiarito di non aver registrato il colloquio con Lamine (cosa invece avvenuta con gli altri detenuti portati in isolamento al reparto Danubio dopo i pestaggi).

Un buco di 8 minuti nei colloqui col magistrato - Nel corso dell’udienza dell’8 novembre scorso, è stato proiettato anche un video del colloquio tra Puglia e il detenuto De Luca, al termine del quale il poliziotto penitenziario presente nella saletta dove i reclusi si collegavano con la piattaforma Teams, annunciava l’ingresso in sala di Hakimi, ma poi le immagini si fermano per riprendere otto minuti dopo con il detenuto D’Alessio, che sarà sentito dopo il maghrebino. Fu proprio il magistrato di sorveglianza del tribunale di Santa Maria Capua Vetere Marco Puglia a parlare il 10 aprile 2020, quattro giorni dopo le violenze, attraverso l’applicativo Teams con alcuni detenuti che dopo i fatti erano stati trasferiti in isolamento al reparto Danubio. Dopo aver registrato i colloqui, il magistrato li trasmise alla Procura, come ha egli stesso ammesso in aula, ed in effetti tutti i video dei colloqui sono presenti nel fascicolo del pm tranne quello di Hakimi.

Per le difese si tratta di una prova decisiva - Mancherebbe agli atti dunque una prova ritenuta molto rilevante dalle difese, perché è proprio la morte di Hakimi che ha radicato la competenza della Corte d’Assise del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, e coloro che sarebbero responsabili del decesso rispondono di un apposito capo di imputazione - tortura con l’aggravante della morte della persona offesa - che può portare a pene molto pesanti (dai 30 anni all’ergastolo). Il processo riprenderà mercoledì.