di Biagio Salvati
Il Mattino, 4 marzo 2025
Un evento accidentale, provocato da un’interazione fatale tra i medicinali. Un dettaglio apparentemente secondario, ma che si è rivelato cruciale: cinque pillole ritrovate nella cella dell’algerino Hakimi Lamine, mai ingerite, rimaste lì mentre un mix letale di psicofarmaci e oppiacei ne spegneva la vita. È quanto emerge dalla scena del crimine - con relativo sopralluogo eseguito nella cella del detenuto straniero - contenuta nella relazione medica acquisita ieri dalla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere al maxi-processo che vede imputati 105 agenti, accusati dei pestaggi sui reclusi avvenuti il 6 aprile del 2020.
I dettagli della relazione - eseguita esternamente sul cadavere di Hakimi - parlano di una morte avvenuta nella notte fra il 3 e 4 maggio, secondo la dottoressa che ha stilato il verbale a seguito del sopralluogo. Secondo il primo esame visivo, il corpo giaceva sul letto con residui di vomito accanto, segno di un possibile malore. Ma a destare attenzione furono proprio quelle pillole: se Hakimi avesse avuto un intento suicida, non le avrebbe forse assunte tutte in un’unica dose? Invece, lì erano rimaste, quasi dimenticate. Questa scoperta ha assunto un ruolo chiave nelle valutazioni successive. La difesa ha infatti evidenziato come l’ipotesi di un suicidio con l’ingestione massiccia di farmaci non trovi riscontro nei fatti.
Piuttosto, gli elementi raccolti - e in particolare la testimonianza del dottor Luca Lepore - suggeriscono un’altra spiegazione: un evento accidentale, provocato da un’interazione fatale tra i medicinali che Hakimi assumeva regolarmente e una sostanza oppiacea, la buprenorfina (oppioide usato per trattare il dolore acuto e cronico), probabilmente procuratagli da un altro detenuto. E quindi neanche i pestaggi come da risultanze della successiva autopsia. La morte di Hakimi, dunque, non sarebbe stata il risultato di un gesto deliberato, ma di una tragica combinazione di sostanze. Un drammatico caso di overdose non intenzionale. A ciò va aggiunto che già il 10 maggio del 2020, ovvero alcuni giorni dopo il decesso del detenuto algerino Hakimi Lamine, il consulente dell’accusa non riscontra ecchimosi o segni di violenza che possano aver provocato il decesso in seguito alle percosse. L’udienza riprenderà domani con alcuni testi chiamati a deporre su un blocco di intercettazioni telefoniche.
Intanto, ieri ha lasciato il carcere di Santa Maria Capua Vetere il detenuto siciliano C. C., 37 anni, arrestato per associazione mafiosa, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, nel novembre del 2024, dalla polizia nell’ambito dell’operazione. Il gip di Catania, Stefano Montoneri, accogliendo la richiesta dell’avvocato Giuseppe Lipera, ha disposto la scarcerazione, per gravi motivi di salute. L’uomo, il 20 gennaio, aveva tentato il suicidio nel carcere sammaritano, dove è detenuto, e la moglie, 36 anni, aveva inviato una “implorazione” al gip e al procuratore generale di Catania chiedendo loro di “intervenire” per “il gravissimo stato di salute” del marito che “sta lentamente morendo”.
Il gip ha disposto per il 37enne l’obbligo di dimora nel suo paese d’origine, Biancavilla, e l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Il provvedimento del gip di Catania arriva dopo la presentazione di numerose e reiterate richieste da parte del legale dell’indagato, l’avvocato Giuseppe Lipera, con cui sottolineava il grave stato di salute dell’uomo che lo rende incompatibile con la detenzione in carcere. “Il mio assistito - spiegava il penalista - presenta una condizione psicologica gravissima. Anche dal punto di vista fisico aveva subito un aggravamento della sua condizione, avendo perso, infatti, circa 15 chili”.











