di Mirko Labriola
Corriere del Mezzogiorno, 5 febbraio 2025
Al maxi-processo per i fatti di Santa Maria Capua Vetere il racconto dell’agente in qualità di teste. Nei giorni seguenti alla perquisizione straordinaria avvenuta il 6 aprile 2020 al carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), durante la quale circa 300 agenti penitenziari picchiarono altrettanti detenuti del reparto Nilo, i poliziotti che avevano preso parte all’operazione erano molto preoccupati per le immagini delle telecamere interne, che avevano appunto ripreso le violenze, tanto da chiedere all’agente addetto alla sala regia di manomettere il sistema di videosorveglianza relativamente al giorno 6: a raccontarlo durante l’udienza del maxi-processo in corso all’aula bunker del carcere sammaritano - 105 imputati tra agenti, funzionari del Dap e medici Asl - è il testimone Domenico Migliaccio, sovrintendente della Penitenziaria addetto all’epoca dei fatti alla sala regia del reparto Nilo e attualmente in servizio all’istituto napoletano di Poggioreale.
Migliaccio fu inizialmente indagato ma poi la sua posizione è stata archiviata, anche perché il 6 aprile non era in servizio causa permesso dovuto per la legge 104. Rispondendo alle domande del sostituto della Procura di Santa Maria Capua Vetere Alessandra Pinto, Migliaccio ha raccontato che “nei giorni successivi al 6, era il 10 aprile, mi fu chiesto se era possibile manomettere i dvr delle immagini, i colleghi erano molto preoccupati. La richiesta mi fu fatta telefonicamente dall’ufficio di sorveglianza da un collega qualificatosi come ispettore; credo di aver parlato con l’ispettore ... (imputato) ma non sono sicuro che fosse lui, visto che all’ufficio c’erano vari ispettori; mi fu comunque detto che sarebbe venuto un collega ... (non imputato, ndr) che avrebbe dovuto distruggere le immagini con un liquido, mi sembra candeggina, ma io mi rifiutai categoricamente, e risposi che se fosse venuto qualcuno lo avrei denunciato; a quel punto lasciai la sala regia e andai in infermeria per un forte stress dovuto ad un mal di pancia, mi feci fare certificato medico; prima di andarmene - aggiunge - incontrai la Commissaria ... (imputata, ndr) cui raccontai della richiesta fattami di distruggere le immagini; lei si spaventò e la prese a male, e mi disse, “non ti devi permettere di fare una cosa del genere” e io le risposi che così avevo fatto, che avevo detto no”.
Migliaccio ha anche ricordato che quando tornò in servizio il giorno dopo la perquisizione straordinaria, un altro agente addetto alla sala regia, sempre imputato al processo, gli riferì che il 6 aprile, prima dell’inizio delle operazioni, dopo le 16, aveva ricevuto l’ordine di spegnere le telecamere ma senza riuscirvi, perché invece di spegnerle aveva “solo disattivato i monitor” ma non la registrazione.
Migliaccio ricorda poi che diversi agenti dopo il 6 gli chiesero “se le telecamere erano funzionanti” e fa il nome di un altro agente non imputato al processo, in servizio al carcere di Secondigliano, “con cui parlammo fuori servizio”. Il teste ammette anche che una cosa del genere non era mai avvenuta a Santa Maria Capua Vetere. “Quello del 6 aprile fu un evento straordinario, fino ad allora lavoravamo in maniera tranquilla, rimasi sconvolto”. Dopo il 6 nel reparto Nilo la gestione dei detenuti cambiò, “era più severa con più perquisizioni del solito, mentre prima c’era una gestione più soft”, e in seguito alla contestazione del pm, Migliaccio fa i nomi di alcuni agenti imputati che dopo il 6 si comportavano in modo aggressivo verso i detenuti, con “atteggiamenti spavaldi”, “con spintonamenti e strattonamenti”.
“Ha denunciato questi fatti?” gli ha chiesto Carlo De Stavola, avvocato difensore degli agenti. “No”. “Allora ha omesso di denunciare”, ha concluso il legale. Migliaccio ha anche raccontato di aver parlato con due detenuti, “uno dei quali - riferisce - mi disse di aver ricevuto una manganellata nei testicoli da un agente donna”. E di Hakimi Lamine, detenuto morto un mese dopo i pestaggi, del cui decesso rispondono 12 dei 105 imputati, Migliaccio dice che “stava male, litigava sempre con altri detenuti, dava fuoco alle stanze, e spesso dovevamo intervenire”.











