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di Conchita Sannino

La Repubblica, 12 marzo 2022

Nelle immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza del carcere di Santa Maria Capua Vetere, la spedizione punitiva contro i detenuti. Oggi sono sotto processo 108 tra agenti e dirigenti. Per 12 di loro è stato chiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo. Il racconto un blitz notturno. La scoperta dei detenuti pestati. I video. È anche grazie a Marco Puglia se la mattanza nel carcere campano oggi è un processo. E non solo.

“Bisogna vedere, onorevoli colleghi. Viverci, in quelle celle. In certe carceri italiane. Bisogna starci, per rendersene conto”, esortava Piero Calamandrei. Difficile immaginare che quel discorso, ancora un secolo dopo, avrebbe fornito la chiave per svelare una vergogna occultata dietro impenetrabili muri di cinta. Un giudice di Sorveglianza, Marco Puglia, invece bussa a sorpresa in una casa circondariale.

È quasi notte. Ma i vertici non possono vietargli l’ingresso, lo impone la legge: poteri di vigilanza, articolo 69 dell’Ordinamento penitenziario. Lui scopre che le timide denunce fatte a voce via Zoom sono fondate, i feriti numerosi, quasi tutti i carcerati di quel padiglione presi a botte, i più malconci isolati in Medicheria senza assistenza, su materassi senza lenzuola né cuscini. A quel punto chiede carta e penna: due, tre, fino a dieci volte. Ma agenti e ispettori resistono, dicono di non trovare né fogli né penna. Lui usa allora il bloc notes del cellulare.

Nasce così l’indagine su quella che sarà definita l’“ignobile mattanza” messa a segno, durante il primo duro lockdown, nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere. E che ora vede avviata al processo un’intera catena di comando dell’amministrazione penitenziaria. È un’onta su cui anche l’Europa chiede risposte. Perché la rappresaglia di Stato colpisce decine di inermi detenuti: tutti colpevoli di aver inscenato, il giorno prima, il caos e la protesta per chiedere più assistenza e presidi di protezione anti-Covid. Ciò che doveva restare “blindato”, con una catena di falsi e posticci ritrovamenti di armi e oggetti offensivi, diventa invece incredibilmente documentato. Le telecamere che qualcuno dei “soci” ha dimenticato di disattivare registrano le violenze sui reclusi. Scene che gli imputati di oggi cercheranno vanamente di cancellare. E invece, sequestrate dalla Procura e poi allegate agli atti, quelle immagini mute e potenti faranno il giro del mondo. Detenuti schierati con la faccia al muto, costretti a inginocchiarsi, presi a manganellate, a sputi. Addio impunità.

“Nonostante lo sforzo, il film va in onda in forma completa”, scrive preoccupato in chat, il 14 aprile 2020, Angelo, uno dei poliziotti intercettati.

Impossibile dimenticare - Era l’ottobre del 1948, quando Calamandrei citava la lezione di Pasquale Saraceno: “Ho conosciuto a Firenze un magistrato di eccezionale valore, che i fascisti assassinarono nei giorni della Liberazione, il quale aveva chiesto, una volta, ai suoi superiori, il permesso di andare sotto falso nome per qualche mese in un reclusorio, confuso coi carcerati. Vedere, questo è il punto. Per poter capire”.

Oggi, se lo scandalo dei pestaggi consumati il 6 aprile 2020 nella fatiscente struttura Francesco Uccella incardina il processo più grave messo in piedi sulla gestione di un carcere nell’Italia repubblicana - 108 indagati tra agenti, comandanti e funzionari, accuse di tortura, lesioni, falso, depistaggio, per 12 anche di omicidio colposo - è perché un’altra toga, della Sorveglianza, cenerentola della magistratura italiana, ha deciso andare a vedere.

È il giudice Puglia a violare il primo, duro coprifuoco per arrivare a sorpresa in quel bunker. Senza preannunciare visite, quasi le dieci di sera del 9 aprile, bussa al carcere di Santa Maria Capua Vetere. “Mi procurai da solo la tuta isolante, i guanti, i sistemi di protezione. Le strade erano deserte e c’era il terrore di contagiarsi, specie in carcere, anch’io ne avevo un po’ paura”, si limita a dire oggi, alzando le mani.

“Sarò testimone al processo, toccherà ai giudici del Tribunale accertare i fatti. Quindi io mi fermo qui. Ma è stata un’esperienza umana oltre che professionale che non dimenticherò”, spiega al Venerdì. Respinge altre domande, saluta, si allontana, una sacca da palestra sulle spalle. Quella sera, Puglia entra nella casa circondariale, scende nel girone infernale del Reparto Danubio, ascolta i lamenti di chi è ferito, di chi è stato “punito”, sente i detenuti in isolamento e medicheria. E vede. Lividi, ecchimosi, volti tumefatti, ginocchia ferite, capelli o barbe tagliate con la forza. “Tutti si sorpresero della mia visita. Rimasero basiti”, scriverà nella sua relazione consegnata al procuratore aggiunto Alessandro Milita e alle pm Daniela Pannone e Alessandra Pinto.

In un angolo, sofferente, c’è un ragazzo algerino di 28 anni, Hakimi Lamine, già affetto da epilessia, morirà pochi giorni dopo. È il motivo per cui la Procura ha ottenuto dal Riesame l’imputazione di omicidio colposo per dodici imputati. Su un altro letto, “il detenuto Gennaro Cocozza indossa ancora una maglietta lacerata, che mi disse esser stata strappata durante le operazioni del 6 aprile. Mi affacciai in bagno, vidi che non aveva alcuna dotazione, niente con cui pulirsi, il che in tempo di emergenza Covid risulta ancora più indegno e insalubre”. E ancora: “In ogni mio spostamento fui seguito come un’ombra da tre unità della polizia penitenziaria. Chiesi loro più volte, non disponendo di carta, che mi portassero un foglio e una penna. Anzi, lo domandai una decina di volte”. Ma niente. “Percepii un leggero sgomento per la mia presenza lì”.

Pagheremo tutti - Il Guardasigilli è Alfonso Bonafede, al suo fianco il direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) Francesco Basentini. Nel giugno 2021, il blitz è uno tsunami che decapita la linea di comando e manda agli arresti oltre un centinaio di persone tra agenti e vertici della sicurezza interna.

“Pagheremo tutti, trecento agenti, funzionari, tutti. Chiuderanno Santa Maria Capua Vetere”, prevede il comandante Pasquale Colucci. Ignora di essere già intercettato, mentre parla con il provveditore Antonio Fullone, numero uno dell’amministrazione penitenziaria in Campania. Che frena: “Noi teniamoci fuori, per quanto possibile”. Negherà ogni addebito. Non sapeva nulla, giura: lui dispose solo un “ripristino di ordine”.

Nove mesi dopo, l’udienza preliminare non si è ancora conclusa e il Ministero assume due ruoli inconciliabili eppure possibili. Da un lato, la Giustizia ha le sembianze della vittima, presenta il conto, si costituisce parte civile, con Antigone e altre associazioni, per aver subìto un grave contraccolpo dalla “spedizione punitiva” delle divise infedeli. Dall’altro, la stessa istituzione incarna l’arbitrio e il ghigno di chi ha bastonato. Il ministero è infatti citato come responsabile civile dai familiari dei detenuti pestati: l’accusa è che gli ordini calassero dai vertici.

Cambio della guardia - Intanto, quelle quattro ore di video degli abusi sono un live devastante. Che allerta la Corte di Strasburgo, spinge il presidente del Consiglio Mario Draghi e la ministra della Giustizia Marta Cartabia a metterci la faccia. A Santa Maria, in un caldo torrido, li accolgono gli applausi dei carcerati. “Siamo qui ad affrontare le conseguenze delle nostre sconfitte”, è l’incipit del premier. Sa che l’Europa ascolta.

La Guardasigilli ha già tracciato, con il comitato di esperti, la riforma penitenziaria. E dopo il traghettamento di Dino Petralia, come successore al Dap è stato scelto un giudice supergarantista, Carlo Renoldi, nonostante i mal di pancia di M5S e destra. “È l’uomo giusto nel posto sbagliato”, protesta la polizia penitenziaria. Ma quel che è accaduto in quel carcere, e quel che è stato visto, ormai è difficilmente cancellabile.