di Nello Trocchia
Il Domani, 30 giugno 2026
“Quando vedemmo i video delle violenze restammo sconvolti, mai ci saremmo aspettati una cosa del genere da parte di servitori dello stato”, dice il pubblico ministero Alessandro Milita. Sei aprile 2020, governo giallo-rosso, l’alba della pandemia. Nel carcere ‘Francesco Uccella’ di Santa Maria Capua Vetere avviene il più grave pestaggio mai documentato in un carcere nella storia repubblicana. Oltre quattro ore di massacro con il marchio di stato, per quei fatti, che questo giornale per primo ha raccontato mostrando le immagini di quelle violenze, è in corso un processo. Ieri nell’aula bunker del tribunale casertano, il pm Alessandro Milita ha iniziato la sua requisitoria e lo ha fatto con parole chiare.
“Quando vedemmo i video delle violenze restammo sconvolti, sono abituato per professione a vedere scene violente, di omicidi, pestaggi, ma non ci saremmo mai aspettati una cosa del genere da parte di servitori dello Stato”, ha detto il pubblico ministero. Sono i video che hanno documentato il massacro di detenuti inermi del reparto Nilo, colpevoli di aver pacificamente protestato il giorno prima, il 5 aprile, chiedendo mascherine e risposte dopo il primo caso Covid in un reparto attiguo.
Detenuti sanguinanti e in ginocchio: le scale della vergogna - I vertici e il sogno d’impunità Alla sbarra ci sono 103 persone, quasi tutti agenti penitenziari, medici dell’Asl, ma anche vertici del Dap. C’è Antonio Fullone, all’allora provveditore regionale in Campania, che aveva costituito i gruppi di supporto e deciso quella perquisizione straordinaria, presto trasformatasi in una spedizione punitiva senza precedenti. Fullone, nel settembre scorso come svelato da Domani, è stato promosso a capo della direzione generale della formazione del Dap, fortemente voluto in quel ruolo dall’ex sottosegretario alla giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove.
Un segnale dai vertici politici di vicinanza nei confronti di chi volle quella perquisizione, in fondo proprio Delmastro Delle Vedove, allora deputato di opposizione, si era precipitato davanti al carcere sammaritano, nel giugno 2020, per esprimere solidarietà agli agenti, già indagati per tortura, proponendo per loro l’encomio solenne. Fullone è innocente fino a condanna definitiva, ma è evidente la questione di opportunità e il segnale che si è mandato all’intero comparto.
“Il timore è che la responsabilità ricada solo sugli agenti interni, le cui posizioni sono molto diverse, ‘salvando’ il gruppo di supporto, i colleghi arrivati da fuori, così come i vertici che hanno organizzato e gestito questo massacro”, sussurra uno degli imputati. Proprio a gennaio era toccata a Fullone che in aula aveva risposto alle domande di pm e degli avvocati. Il dirigente del Dap non aveva voluto rispondere alle nostre, schermato dal suo legale, Claudio Botti, che si era scagliato contro Domani: “Posa la telecamera, sciacallo, vattene”.
Di Fullone il pm ricorda: “Quando dice che non sapeva nulla delle violenze fa un’acrobazia dialettica inimmaginabile”. Parla l’agente imputato: “Non siamo tutti uguali, il ministero ha salvato alcuni superiori” Depistaggio di stato Poi il pubblico ministero, oggi procuratore aggiunto a Napoli, ricorda il grande classico quando lo stato si macchia di abusi e crimini: il depistaggio. “Era inimmaginabile e lascia sgomenti, specie allora che c’erano tanti morti per il Covid e ci si poteva contagiare con un semplice contatto”, ha detto Milita prima di aggiungere “e nel mondo penitenziario a vari livelli tutti sapevano cosa era capitato. Eppure sin da subito si fece di tutto per depistare le indagini”.
Il riferimento è alla relazione firmata dall’ex comandante di Secondigliano e del gruppo di supporto, Pasquale Colucci, nella quale si faceva riferimento a “una situazione da carcere colombiano”, ma in realtà era “un falso galattico”. Serviva a coprire le violenze addebitando colpe e controllo del reparto ai detenuti. Per sostenere il “falso galattico” arrivano anche le relazioni dei medici, imputati nel processo, come Raffaele Stellato. In particolare attraverso referti ritenuti falsi per dimostrare le conseguenze riportate dagli agenti.
“Un medico che dovrebbe curare le persone, che siano agenti o detenuti, ed invece referta lesioni per i 15 detenuti da trasferire a cui però non dà neanche una prognosi, o una cura, e ciò solo per mettersi al riparo da eventuali sospetti del carcere dove sarebbero approdati. E invece referti per gli agenti cui dà giorni di riposo per presunte lesioni, pur se non hanno avuto nulla”, ha aggiunto Milita. Nella requisitoria, che dovrebbe concludersi nelle prossime sei udienze, la pubblica accusa si è soffermata anche sull’atteggiamento degli agenti, alcuni hanno assistito senza partecipare alle violenze. “Mi ha stancato anche la storiella di chi dice di essere intervenuto per salvare un detenuto, come fosse cosa straordinaria; invece è normale intervenire a favore di un detenuto, è il dovere di un agente, evitare gravi lesioni fisiche”, ha detto Milita. Quel giorno niente aveva i tratti della normalità, ma della barbarie.










