fanpage.it, 18 luglio 2026
L’autopsia parla di asfissia chimica da farmaci. Ma per il pm Milita il detenuto fu abbandonato dopo il pestaggio e visitato solo una settimana dopo. Un video di una ventina di secondi mostra Hakimi Lamine mentre viene “selvaggiamente pestato già quando fu prelevato dalla cella”. È il 6 aprile 2020, giorno delle violenze al carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Ma per il pubblico ministero Alessandro Milita ciò che accade dopo diventa ancora più rilevante di quelle percosse. Il detenuto algerino morirà il 4 maggio, quasi un mese più tardi, in una cella di isolamento del reparto Danubio.
L’autopsia, eseguita dai medici-consulenti della Procura Luca Lepore e Vito De Novellis, ha escluso un legame diretto tra la morte e le botte del 6 aprile. Il decesso, hanno accertato, avvenne per “un’asfissia chimica dovuta alla contemporanea assunzione di farmaci contenenti benzodiazepine, oppiacei, neurolettici e antiepilettici”.
Ma il magistrato, oggi procuratore aggiunto di Napoli, ricostruisce nella requisitoria del maxi-processo - 105 imputati - una catena di omissioni. Prima del 6 aprile, ricorda, Hakimi pur con tanti problemi di salute interagiva con gli altri detenuti. Poi tutto cambia il giorno della perquisizione. Insieme ad altri 14 detenuti, Hakimi viene trasferito nella cella di isolamento del Danubio perché ritenuto uno dei capi della protesta scoppiata la sera prima, il 5 aprile, contro i dispositivi anti-Covid. Su quella scelta Milita è netto: “Non c’è nessuna ragione al mondo per cui Hakimi sia stato individuato come soggetto facinoroso, nessuna ragione al mondo per la sua allocazione al Danubio. Hakimi doveva essere riportato con tante scuse e genuflessioni al reparto ordinario o a quello psichiatrico. Chiunque ha omesso di agire fa un errore mostruoso”.
Le condizioni del detenuto, sostiene il pm, erano “terribili”. Già nella prima cella al piano terra dove viene portato dopo il pestaggio è “quasi morto”, come racconterà un altro detenuto, Emanuele Irollo, anch’egli picchiato. All’arrivo al Danubio, testimonia un altro recluso, Hakimi “sputava sangue, era gonfio, tumefatto e con gravissime lesioni”., al punto da non alzarsi dal letto per tre giorni.
Eppure, in quelle condizioni, il detenuto subisce un procedimento disciplinare. Per Milita serviva a giustificare la sua permanenza al Danubio, una circostanza che “rende responsabili tutti coloro che hanno trattato questa posizione”. Al procedimento erano allegati certificati medici, non inseriti nella cartella clinica, che per il magistrato sono “chiaramente falsi”: attestavano “lesioni decisamente inferiori a quelle reali e non riportavano alcuna diagnosi. Nessun medico può fare un certificato in cui attesta lesioni e non dica neanche la prognosi”. Hakimi viene visitato soltanto il 13 aprile, una settimana dopo il pestaggio, e solo dopo le prime denunce del garante dei detenuti e del magistrato di sorveglianza Marco Puglia. Ventuno giorni più tardi, il 4 maggio, muore nella cella del Danubio dove secondo l’accusa non sarebbe mai dovuto finire.










