di Sarah Martinenghi
La Repubblica, 21 luglio 2021
"Quello che mi è successo nel carcere di Santa Maria Capua Vetere mi ha rovinato la vita. Sono caduto in depressione e ho anche tentato di uccidermi". È il racconto di una violenza atroce quella che un torinese detenuto nel carcere in provincia di Caserta ha riportato in una querela che ha sporto solo ora, quando le immagini shock dei pestaggi subiti dai detenuti hanno alzato il velo su angherie e soprusi avvenuti lì dentro.
Uno stupro, subìto in carcere pochi mesi dopo essere stato arrestato, il 14 gennaio 2016, per associazione a delinquere di stampo mafioso, è quello che gli è successo. Era nell'alta sicurezza, stava facendo la doccia, quando tre uomini l'hanno incappucciato con un asciugamano e l'hanno seviziato con un bastone fino a causargli una grave emorragia. "Non so dire chi sia stato, se fossero guardie o, come penso, altri detenuti. Certo è che quel carcere per me è stato un inferno. Sono stato anche alle Vallette a Torino e ad Asti, ma la situazione non era grave come a Santa Maria Capua Vetere. Lì c'era un clima di terrore: non avrei mai potuto denunciare subito".
Chi parla è un panettiere di 51 anni, condannato in via definitiva a 4 anni e sei mesi di carcere, tra i protagonisti di un'inchiesta torinese che è stata tra le più importanti sulla presenza della 'ndrangheta in città. "Sono diventato mafioso a 45 anni dopo una vita di lavoro - racconta - avevo bisogno di soldi e sono finito in un giro di usura. Non so perché mi abbiano mandato in quel carcere, ma per 7 mesi non ho potuto avere colloqui con mia moglie e questo mi provocava grande sconforto. Per colmare il vuoto che provavo, mi recavo spesso dagli educatori anche solo per sapere quando potessi parlare con i miei familiari. Ma gli altri detenuti hanno probabilmente pensato che io riferissi informazioni su di loro, così mi hanno preso di mira, escludendomi spesso e minacciandomi".
Nella querela, l'ex detenuto descrive vagamente chi gli ha fatto violenza. "Non ho potuto vederli, ho solo sentito l'accento napoletano. Cantavano a squarciagola per coprire quello che stava succedendo. Io non potevo urlare, mi hanno messo contro il muro. In due, avranno avuto tra i 30 e i 40 anni, mi hanno bloccato, il terzo ha preso un bastone. Quando se ne sono andati, mi sono rannicchiato nelle docce a piangere. Ho avuto una grave emorragia, con una colonscopia mi hanno riscontrato le lacerazioni subite, ma non ho fatto denuncia. Avevo troppa paura". Dopo questa violenza, è stato ricoverato tre volte per motivi psicologici: "Ho tentato il suicidio per la vergogna e il dolore che ho provato".
Nessuno ha mai saputo niente, fino a quando i giornali non hanno iniziato a raccontare le violenze avvenute in carcere. "Ho trovato il coraggio di raccontare a mia moglie quello che ho subìto. Lì dentro non c'era alcuna protezione. C'erano ispezioni tutti i giorni, anche di notte. Una volta era sparito un cucchiaino dalla mensa e successe un casino, smantellarono tutte le celle, poi si scoprì che era finito in un tombino. Ho vissuto nella paura, per via del clima violento instaurato sia dalle guardie sia dai detenuti: ho anche provato a spiegare al magistrato che ero minacciato, ma è stato inutile. In carcere mi dicevano frasi terribili per incutermi terrore: 'Lo sai che c'è chi è finito giù da un ponte? Lo sai che c'è gente che è caduta giù da una finestra?'. Io non ho mai dato informazioni sugli altri detenuti, ero solo fragile e questo mi portava a un atteggiamento remissivo".
Assistito dall'avvocata Caterina Biafora, il torinese confida che la querela che ha sporto possa servire a far luce sul clima di violenza ma anche sulla mancanza di controlli e vigilanza sull'incolumità dei detenuti. "L'emorragia che ho avuto è stata evidente, eppure nessuno ha voluto capire cosa mi fosse successo" racconta.
"Sebbene la violenza sia avvenuta alcuni anni fa, solo ora il mio assistito ha elaborato cosa gli è successo". A parlare è l'avvocata Biafora che è specializzata nelle pari opportunità e da tempo si occupa di tutela dei detenuti, tanto che ha anche scritto un libro, "Rime tra le sbarre", sulle sensazioni e le esperienze di chi vive il carcere. "Spesso le vittime che subiscono questo tipo di reati - aggiunge - non elaborano immediatamente il fatto, ma impiegano anni per arrivare a raggiungere la consapevolezza così da riuscire a trovare il coraggio di fare denuncia. Ecco perché confidiamo che venga fatta chiarezza anche su questo episodio con un'indagine".











