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di Donato Di Stasio

informareonline.com, 18 maggio 2025

Per un lasso di tempo non troppo lontano dall’odierno, il carcere di Santa Maria Capua Vetere finì sulle pagine dei quotidiani per i fatti e le violenze avvenuti al suo interno. Sono passati alcuni anni da allora, ma oggi l’aria che si respira tra le mura dell’istituto è totalmente diversa. Merito in parte di Donatella Filomena Rotundo, direttrice della Casa Circondariale dal 2020, che è riuscita a tracciare una nuova strada e a dare un indirizzo diverso ai detenuti, basato sul lavoro e sull’apprendimento delle professioni. Noi di Informare l’abbiamo intervistata proprio per farci spiegare la svolta intrapresa dal penitenziario casertano.

Dott.ssa Rotundo, quanto è importante il lavoro per il reinserimento sociale dei detenuti?

“Il lavoro costituisce l’elemento fondamentale per la rieducazione del detenuto mentre sta scontando la pena. Fino a qualche anno fa, nella maggior parte degli istituti carcerari ai detenuti venivano affidati lavori di tipo domestico, non professionalizzanti. Inoltre, prodotti come il vestiario della Polizia Penitenziaria venivano acquistati, mentre oggi tante cose si producono nelle carceri, con grandi benefit e competenze che i lavoratori acquisiscono e risparmio di denaro. Grazie ad un accordo con Ermenegildo Zegna, per esempio, il primo imprenditore che ha sposato questa linea nel 2017, attualmente nel carcere di Biella si producono uniformi della Polizia Penitenziaria, esempio che poi è stato replicato in altri istituti”.

Passiamo alla Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere. Quali sono i progetti intrapresi qui?

“Dopo i fatti del 2020, fui nominata direttrice di questo luogo. C’era bisogno di dare dignità nuova e sicurezza agli agenti e agli stessi detenuti. Strinsi subito un accordo con il noto marchio Isaia, il quale ha previsto la produzione delle camicie bianche che gli agenti indossano sotto l’uniforme. Oggi produciamo circa 30mila camicie all’anno, ma soprattutto viene insegnato ai detenuti un lavoro che gli sarà richiesto dal territorio una volta scontata la pena. È questa la cosa importante. L’idea maturata insieme a Tommaso D’Alterio (Fondazione Isaia ndr) potrebbe essere quella di fare prima un percorso formativo all’interno della loro azienda, dopo lo sconto della pena, ed eventualmente pensare poi ad un’assunzione. Con Isaia verrà anche inaugurato a breve un altro laboratorio all’interno del carcere, un capannone industriale dedicato alla produzione di tute operative della Polizia Penitenziaria. Abbiamo anche fatto un accordo con E. Marinella, grazie al quale nel reparto femminile vengono lavorate le cravatte per le uniformi. Altri laboratori attivati qui sono quello per la produzione di bandiere italiane ed europee esposte nelle carceri italiane e quello di pasticceria, il quale è stato dato in gestione ad un imprenditore esterno che ha assunto direttamente i detenuti. Tutte le attività di cui le ho parlato vengono chiaramente svolte all’interno della Casa Circondariale. Un altro progetto approvato e firmato con la Regione Campania, l’Asl di Caserta e il Comune di Santa Maria, riguarda un ospedale veterinario di primo livello, con l’attivazione di sette corsi professionali. Un’ultima idea che ci è venuta in mente è realizzare una tipografia interna per produrre scatole e per evitare di comprarle all’esterno”.

Come vengono scelti i detenuti che partecipano ai laboratori?

“I detenuti vengono scelti con una selezione, ma devono avere una condanna passata in giudicato. Inoltre, essi devono aver avuto una regolare condotta ed essersi distinti per la volontà di cambiamento. Per alcune attività viene seguita una rotazione trimestrale o semestrale, in modo da dare a tutti la possibilità di lavorare. La sartoria e la pasticceria sono invece una vera e propria ricompensa per il detenuto poiché trattasi di lavori a tempo indeterminato. Una volta che il detenuto supera la selezione, lo aspetta un lavoro fisso”.

Tutti ricordano i fatti accaduti nel 2020. Cos’è cambiato da allora?

“Il cambiamento tra 2020 e 2025 lo si vede proprio con l’atmosfera che si respira all’interno del carcere. Si immagini per un attimo il sentire interiore del detenuto: prima lavorava in sartoria e produceva cose destinate a sé stesso. Oggi è molto più gratificante sapere che il prodotto che sta cucendo sarà indossato da coloro che prima considerava come nemici. In questo istituto, due facce che prima erano contrapposte e in guerra sono diventate della stessa medaglia”.

Da suoi racconti sembra tutto perfetto. C’è qualcosa che manca?

“Quello che manca è l’inserimento lavorativo all’esterno, cioè le figure che fanno da cerniera tra domanda e offerta. Il detenuto che esce da qui ha difficoltà perché trova sempre pregiudizi”.