di L.M.
Corriere del Mezzogiorno, 6 aprile 2023
La testimonianza del magistrato di sorveglianza Marco Puglia, primo giudice ad entrare nel carcere dopo le violenze: “Mi negarono anche la penna e vidi detenuti con lividi, magliette insanguinate e privati di vestiario e lenzuola”.
Detenuti feriti “con evidenti lividi ed escoriazioni, privati di vestiario, biancheria intima e lenzuola, impauriti e sporchi perché lasciati senza doccia”; e agenti penitenziari “non collaboranti, che mi rifiutarono persino una penna”.
Fu questo lo scenario che si è trovato di fronte il magistrato di sorveglianza Marco Puglia, primo giudice ad entrare nel carcere di Santa Maria Capua Vetere dopo le violenze sui detenuti avvenute il 6 aprile 2020, e primo a parlare con alcune delle vittime, stilando una relazione che è stata la base per l’avvio delle indagini da parte della Procura che ha poi portato alle misure cautelari del giugno 2021 e al processo attualmente in corso all’aula bunker del carcere.
La ricostruzione del magistrato di sorveglianza - È stata una testimonianza importante e di “prima mano” quella resa oggi dal magistrato al dibattimento, 105 gli imputati tra agenti penitenziari, funzionari del Dap e medici dell’Asl. Rispondendo alle domande dei pm Alessandra Pinto e Alessandro Milita, Puglia ha ricostruito cronologicamente quei giorni partendo dalla mattina del 6 aprile quando si recò al carcere dopo la protesta scoppiata per la positività al Covid di un detenuto. Quando andò via, iniziò la perquisizione straordinaria durante la quale avvennero le violenze sui detenuti. Proseguendo, Puglia ha raccontato che la sera del 6 aprile, verso le 22, gli arrivarono i messaggi dell’allora capo della polizia penitenziaria del carcere (imputato).
“Mi parlò di una perquisizione straordinaria durante la quale erano stati trovati nelle celle olio bollente e oggetti contundenti, e che i detenuti avevano chiesto di parlare con me”. Puglia decide così di tenere l’8 aprile dei colloqui in video, tramite la piattaforma Teams, con delegazioni di detenuti dei vari reparti del carcere, ma riesce a parlare con tutti i reclusi meno quelli del reparto Nilo e nessuno tra gli agenti, né il vicedirettore del carcere (la direttrice era assente per malattia) o funzionari del Dap Campania fa trapelare qualcosa sulle violenze al Nilo. “Mi venne detto - ricorda Puglia - che non c’era personale per accompagnare i detenuti del Nilo nella saletta dove si facevano i colloqui in video”. Solo nel pomeriggio dell’8 aprile Puglia apprende le prime notizie, in particolare “dal collega Nicola Russo, che mi inviò un link con l’audio di un detenuto che raccontava le violenze subite e da alcuni amici che mi mandarono altri link con un video di lividi rimediati da un altro detenuto”.
“Incontrai pure Hakimi, ma non ci ho parlato” - Il 9 aprile Puglia parla in video con il detenuto Emanuele Irollo (costituitosi parte civile). “Mi raccontò di essere stato picchiato da tanti agenti, che non gli veniva permesso di lavarsi e vestirsi dal 6 aprile, così lo interruppi e decisi di registrare la telefonata. In seguito al suo racconto decisi di mettermi in auto e recarmi al carcere, dove arrivai verso le 20.40. Gli agenti furono sorpresi di vedermi e non furono collaboranti, tanto che chiesi una penna e non me la diedero, così decisi di scrivere sul mio cellulare.
Al reparto Nilo incontrai Irollo e altri detenuti che mi fecero vedere i lividi e le ferite, tra cui uno che aveva la maglietta insanguinata. Mi dissero che era stato vietato loro anche di parlare con i familiari. Vidi che nelle celle non c’erano lenzuola e altra biancheria, né oggetti per l’igiene intima dei reclusi, ma gli agenti mi dissero che queste cose sarebbero state consegnate ai detenuti di lì a poco. Incrociai anche Hakimi (il detenuto algerino deceduto un mese dopo i fatti, ndr), ma non ci parlai”.
La relazione 4 giorni dopo i fatti - Il 10 aprile, Puglia sente altri detenuti del Nilo che confermano le accuse, e redige una relazione che viene condivisa anche dagli altri tre magistrati di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, tra cui il coordinatore Giuseppe Provitera. Quella relazione viene inviata al direttore del carcere, all’allora provveditore campano delle carceri Antonio Fullone (imputato) e per conoscenza alla Procura di Santa Maria Capua Vetere, che qualche giorno dopo sente Puglia come persona informata dei fatti.
“Detenuti tenuti in isolamento” - Puglia scrive un’altra relazione il 30 aprile, in cui ordina alla direzione del carcere di far cessare l’isolamento per quei detenuti ritenuti responsabili della protesta del 5 aprile, ma ciò non avviene. “Telefonai alla direttrice del carcere e mi arrabbiai perché i reclusi erano ancora al Danubio in isolamento, lei disse che non erano in isolamento ma che non potevano essere trasferiti altrove per lavori di ristrutturazione in corso”.
Tensioni tra pm e avvocati - Scintille durante l’udienza, tra pm e avvocati, con il presidente della Corte costretto più volte a richiamare il pm Milita a “non ripetere le domande già poste e a coordinarsi con gli altri sostituti”.
Gli agenti del Nilo: “Non siamo torturatori” - E intanto sono in stato di agitazione gli agenti del Reparto Nilo del carcere di Santa Maria, lo comunicano la Fp Cgil e il Sindacato di Polizia Penitenzia. La mobilitazione è iniziata ieri con “l’autoconsegna”, ovvero gli agenti non smontano a fine turno ma restano in servizio oltre l’orario di lavoro.
“La Sezione Nilo del carcere - dice Scocca della Fp Cgil - è diventata al di fuori del regolamento penitenziario. Si moltiplicano le manifestazioni violente da parte dei detenuti senza alcun provvedimento, sia disciplinare che di spostamento in altre carceri. Per questo è importante l’incontro, attualmente in corso, tra i poliziotti e il provveditore regionale”.
Per Di Giacomo del Sindacato di Polizia Penitenzia “la protesta tocca anche la problematica della nota carenza di personale, strumentazioni e mezzi. Ma gli agenti vogliono innanzitutto liberarsi del cliché di torturatori seriali e rivendicano il riconoscimento dei diritti loro negati. Da qualche tempo sono rientrati in servizio agenti imputati nel processo sospesi per un anno e mezzo, sono stati reintegrati in sedici”.











