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di Gigi Di Fiore

Il Mattino, 12 luglio 2022

“È uno dei tanti provvedimenti previsti dall’articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario, che dà ai detenuti la possibilità di ottenere un rimedio risarcitorio per condizioni detentive ritenute in violazione della convenzione europea sui diritti dell’uomo”.

Lucia Castellano, provveditore per la Campania dell’amministrazione penitenziaria, commenta la decisione del giudice di sorveglianza Filomena Capasso che ha ridotto di 160 giorni la pena a Emilia Sibilio, moglie di uno dei capoclan della famiglia Buonerba, detenuta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Acqua a scarto ridotto dal 2015 al febbraio 2020 nel carcere inaugurato nel 1996, e condizioni di detenzione ritenute “disumane” dal magistrato.

È una delle numerose decisioni dello stesso tipo prese in Italia dal 2014, dopo l’introduzione nell’ordinamento penitenziario dell’articolo 35-ter. Il riconoscimento ai detenuti di un “rimedio risarcitorio” della riduzione matematica dei giorni di pena, per trattamenti carcerari contrari a principi d’umanità.

La decisione conferma al Dap i problemi strutturali del carcere di Santa Maria Capua Vetere su cui le soluzioni sono avviate. Due milioni di euro stanziati, un appalto assegnato e lavori partiti. Spiega il provveditore Lucia Castellano: “La parte delle condutture d’acqua potabile che spettava a lavori del Comune è ultimata. L’allacciamento della conduttura comunale a quelle del carcere è di competenza del Dap. Entro autunno anche questo sarà ultimato, con un progetto esecutivo già predisposto dalla ditta”.

E ancora: “Come riconosce la decisione del giudice di sorveglianza, nel frattempo riforniamo i detenuti di 4 litri di acqua potabile in bottiglia al giorno. Per l’igiene personale, ci sono poi due pozzi artesiani. Insomma, con costi elevati, abbiamo cercato di risolvere un problema che in questa struttura carceraria esiste dall’inaugurazione. Attualmente non c’è carenza di acqua”.

La mancanza di allaccio di acqua potabile è vizio d’origine dell’istituto penitenziario di Santa Maria Capua Vetere, realizzato nel 1996 con appalti discussi e difficoltà, poi ampliato nel 2013 con un nuovo padiglione per 370 detenuti.

Otto anni fa venne introdotto nell’ordinamento penitenziario l’articolo 35-ter. In quel momento, erano pendenti ben 6.829 ricorsi su violazioni nei trattamenti carcerari. Nel 2013, l’Italia fu condannata dalla Corte europea per violazione della Convenzione sui diritti dell’uomo. Era la sentenza Torreggiani su sette ricorsi per condizioni di sovraffollamento carcerario a Piacenza e Busto Arsizio. La decisione europea obbligava il nostro Paese a intervenire per trovare soluzioni. Furono approvate norme per risolvere il sovraffollamento carcerario e si introdusse l’articolo 35-ter che dava ai detenuti uno strumento di controllo e di rimedio sulla propria carcerazione. Sotto i riflettori, l’ampiezza delle celle, l’applicazione dei programmi di rieducazione, le condizioni igienico-sanitarie nelle carceri.

Da allora, in tutt’Italia, si sono moltiplicate le istanze di adozione del “rimedio risarcitorio” dell’articolo 35-ter che prevede “a titolo di risarcimento del danno, una riduzione della pena detentiva ancora da espiare pari, nella durata, a un giorno per ogni dieci durante il quale il richiedente ha subito il pregiudizio”. Ed è proprio quello che è accaduto ed è stato applicato per Emilia Sibilio, detenuta per una condanna di associazione camorristica e in attesa della decisione della Cassazione su una seconda condanna a 20 anni per omicidio.