di Conchita Sannino
La Repubblica, 15 novembre 2021
E c'è anche un'accusa di omicidio colposo. Il 15 dicembre l'udienza preliminare, torture e abusi i reati ipotizzati per agenti e funzionari. Per dodici di essi anche l'imputazione per la morte di un detenuto algerino, che non sopravvisse alle percosse. È stata l'"l'ignobile mattanza" che ha terremotato l'intera catena di comando del Dap in Campania. Un anno e sette mesi dopo le violenze di massa nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) - avvenute il 6 aprile del 2020 ai danni di decine di inermi detenuti, e in gran parte documentate grazie ai filmati choc che gli inquirenti hanno acquisito con estremo tempismo dal sistema di videosorveglianza interno - rischiano il processo in 108.
Gravissime le accuse: tortura, lesioni, abuso di autorità, falso in atto pubblico, depistaggio. E per 12 pesa anche un'altra imputazione: l'omicidio colposo di Lamine Hakimi, l'algerino di 28 anni lasciato morire, da solo, dopo i lividi e le percosse, perché abbandonato senza alcuna assistenza, in isolamento nel reparto Danubio.
L'udienza preliminare è stata fissata dal gip Pasquale D'Angelo per il 15 dicembre nell'aula bunker dello stesso carcere. Tra coloro che potrebbero andare a giudizio, c'è l'ex numero uno del Provveditorato delle carceri in Campania, Antonio Fullone (tuttora interdetto); c'è l'allora comandante del Nucleo operativo del centro penitenziario di Secondigliano e soprattutto vertice del gruppo di "Supporto agli interventi" Pasquale Colucci, tuttora agli arresti domiciliari; c'è la ex comandante del Nucleo operativo di Avellino, Tiziana Perillo, e la ex responsabile del Nucleo di Santa Maria Capua Vetere Nunzia Di Donato, oltre ad Anna Rita Costanzo, la commissario capo responsabile del reparto Nilo (anche lei ai domiciliari), e l'ex capo della penitenziaria a Santa Maria, Gaetano Manganelli (anche lui ristretto in casa).
L'inchiesta firmata dal procuratore aggiunto Alessandro Milita, con le pm Daniela Pannone e Alessandra Pinto, con la procuratrice Antonietta Troncone (oggi alla guida di Napoli Nord) ricostruì il clamoroso pestaggio cui aderirono - con, diversi ruoli e responsabilità, circa 300 agenti, molti dei quali non identificabili. Obiettivo: suonarle a quei reclusi, "colpevoli" di aver messo in piedi, il giorno prima, una rumorosa protesta (non l'unica in quei giorni di disordini e ribellioni nelle carceri italiane, dove i saranno 13 i detenuti a perdere la vita e 200 i feriti) per chiedere misure di prevenzione contro l'epidemia di Covid che aveva raggiunto l'istituto. In particolare, lo stesso Fullone, con Perillo, con Colucci e altri tra "graduati" e agenti della penitenziaria, dovranno rispondere anche della morte di Hakimi.
Stando infatti all'impianto accusatorio quel decesso non fu il frutto di un suicidio, ma l'esito di condotte "omissive e commissive": Lamine fu percosso e abbandonato come altri, ma, a dispetto delle sue patologie che richiedevano cura e controllo sanitario, fu lasciato senza assistenza. Quindi, prima le botte, poi una quantità tossica di farmaci - oppiacei, neurolettici e benzodiazepine - assunta "in rapida successione e senza controllo sanitario".
Figure apicali e funzionari dell'amministrazione, comandanti e agenti della polizia penitenziaria compariranno dunque davanti al giudice: è un articolato segmento dello Stato che dovrebbe puntare alla rieducazione e al recupero dei reclusi. E che risponde invece di quelle scene che hanno fatto il giro del mondo. Esponendo l'Italia anche agli occhi degli osservatori europei. La videosorveglianza interna, stando alla ricostruzione, doveva essere disattivata durante la "spedizione punitva". Invece, le telecamere ripresero tutto. Il 28 giugno scorso il blitz con 52 misure cautelari. Poco dopo, la violenza di quelle scene live, i pestaggi in diretta con manganelli e caschi, fa il giro del mondo.
Sberle, calci e pugni. Detenuti costretti a denudarsi, o a mettersi con la faccia al muro, o caduti sotto i colpi inferti da tanti agenti, molti dei quali coperti da caschi integrali e neanche identificabili. E il 14 luglio scorso, ecco il premier Draghi e la ministra Cartabia entrare a Santa Maria Capua Vetere.
Quell'intervento fu una rappresaglia, organizzata per rispondere col pugno di ferro ai disordini del giorno prima: come hanno ipotizzato i pm e ha affermato anche il gip? E soprattutto: ai vertici dell'amministrazione penitenziaria della Campania, tutti sapevano di quale natura fosse la spedizione che raccolse oltre trecento agenti nella struttura dell'agro aversano?
L'accusa ritiene di sì. E ipotizza, proprio a carico dei capistruttura, una serie di falsi e depistaggi realizzati proprio con l'intento di "travestire" da reazione difensiva l'esecuzione di un progetto che il gip Sergio Enea definì "ignobile mattanza". Intercettazioni, messaggi, e telefonate confermano ogni sospetto: le misure cautelari hanno retto, finora, anche in Cassazione. E adesso si va verso il processo. Torna il ricordo di quelle chat tra indagati. Messaggi da cui emergevano paura, involontarie confessioni e (tardivo) senso della realtà: "E mo' so' c...i. Pagheremo tutti".









