di Nello Trocchia
Il Domani, 12 ottobre 2020
Sulle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere del 6 aprile un'altra pagina oscura riguarda il materiale ritrovato nella perquisizione. C'erano o no i bastoni? Quanti? E chi li ha portati? La vicenda oscura inizia dalle ragioni che hanno motivato quella spedizione e termina con i dubbi sul materiale ritrovato.
C'è un'altra oscura vicenda che aggrava quanto già emerso sui fatti accaduti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, il 6 aprile scorso. Quel giorno 300 poliziotti penitenziari sono entrati nell'istituto Francesco Uccella e le perquisizioni programmate si sono trasformate in pestaggi e violenze nei confronti dei detenuti del padiglione del Nilo, rei di protesta e di richiesta di protezione per la notizia del primo contagiato in carcere. La storia oscura inizia con le ragioni che hanno motivato quella spedizione e si conclude con i dubbi sul materiale trovato. Dal confronto tra interrogazioni parlamentari emergono fonti ufficiali, testimonianze, versioni contrastanti. C'erano bastoncini o no? Quanti? E chi li ha portati?
"Non è vero che abbiamo fatto i bastoni", ci ha detto un ex prigioniero picchiato il 6 aprile, ora libero di raccontare cosa è successo. "Non abbiamo avuto niente, abbiamo solo sofferto, sono i classici" pezzi di supporto "a giustificare gli abusi". Della violenza del 6 aprile, come abbiamo rivelato, ci sono video che mostrano le percosse, le aggressioni. Ci sono immagini di detenuti inginocchiati, trascinati, picchiati da bande di quattro, cinque poliziotti. Tra i detenuti picchiati c'è anche un disabile; un altro, invece, è stato picchiato, messo in isolamento e, dopo un mese, è morto. Già soffriva di altre malattie.
Nessuno vuole rispondere ufficialmente alle nostre domande, anche se la direzione del carcere ci informa che le nostre indagini sono considerate "articolate", opinione condivisa anche da alcuni sindacalisti. In attesa che si rompa il muro del silenzio, si moltiplicano i punti da chiarire attorno al film horror andato in scena il 6 aprile.
L'olio bollente e il magistrato - La prima questione irrisolta riguarda le ragioni di quella ricerca. C'è un'interrogazione parlamentare, presentata lo scorso giugno, da quindici deputati dei Fratelli d'Italia che spiega: "I detenuti, dopo aver occupato alcuni reparti, hanno minacciato i carabinieri penitenziari con olio bollente e alcuni coltelli". Alcuni sindacati e la stessa amministrazione carceraria confermano la presenza di olio bollente pronto all'uso. Il 6 aprile però è arrivato in carcere il magistrato di sorveglianza Marco Puglia e da quanto abbiamo ricostruito non è successo nulla di grave. La direzione del carcere sostiene il contrario e parla di un tono irrazionale usato nei confronti della Puglia dai reclusi. Ma lo stesso magistrato, fuori dal carcere, ha detto ai giornalisti che nessuna rivolta violenta era stata inviata a tutte le parti in un messaggio rassicurante. È stato dalla magistratura di sorveglianza e dai garanti dei detenuti che sono arrivate le prime comunicazioni che hanno avviato le indagini. Il magistrato esce e poco dopo entra il contingente di 300 uomini per una perquisizione che si traduce in un pestaggio diffuso. Indagati, tra gli altri, nelle indagini della Procura locale, sono Gaetano Manganelli, all'epoca comandante della polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere, e Pasquale Colucci, già capo unità di traduzione dell'istituto di Secondigliano.
I bastoni? - Per quanto ne sappiamo, dopo la perquisizione, ai piani alti del Dap, dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, è arrivato un numero, per la precisione. I bastoncini trovati sarebbero stati venti insieme a microcellule e coltelli rudimentali. Nelle ricostruzioni di quei giorni, nelle relazioni parlamentari, nelle riviste di settore, si parla soprattutto di altri "bar, pentole piene d'olio, pentole per olio bollente e altri oggetti contundenti".
I bastoni rinvenuti, ricavati dai tavoli nelle celle, confermano dalla direzione del carcere, sono stati però sequestrati tra il 6 e l'8 aprile, due giorni dopo i fatti. Eppure non ci sono perquisizioni dopo il giorno 6. I detenuti posti in isolamento e denunciati per resistenza a pubblici ufficiali sono 14. Gli oggetti ritrovati avrebbero dovuto, in mancanza di una precisa identificazione dei responsabili, coinvolgere più detenuti in procedimenti disciplinari. Date e numeri sollevano dubbi. Occorre capire se hanno ragione il detenuto, ora libero, che parla di "pezzi di sostegno", così come i parenti di altri detenuti picchiati. Di certo le versioni discordanti non dissipano i dubbi.
Non solo quello. C'è un capitolo delle indagini della Procura di Santa Maria Capua Vetere e condotte dalla locale società dell'Arma dei Carabinieri, relativo ad un possibile screening delle indagini subito dopo i fatti. Riguardo a quanto accaduto, in quei giorni, nei video, il testimone ricostruito, si vedono gli stessi detenuti che, il giorno prima, durante la protesta, hanno rimesso in ordine le sedie.
La verità è che gli inquirenti stanno ricostruendo parte dei video, ma si interseca con il materiale trovato nei telefoni sequestrati agli agenti l'11 giugno, quando la procura ha proceduto al sequestro dei cellulari notificando 57 mandati di perquisizione agli agenti di polizia carceraria. Materiale utile per proseguire le indagini che ipotizzano non solo tortura, abuso di autorità e violenza privata, ma anche reati di falsificazione, calunnia e screening.










