di Lorenzo Pedrazzi
screenweek.it, 22 settembre 2026
Per quanto patinato, il film di Yann Samuell ha il merito di raccontare un’iniziativa di grande valore per il reinserimento dei giovani. Nella sua pagina di presentazione, l’associazione Seuil riporta che il 70% dei minori soggetti a incarcerazione in Francia commette nuovamente reati a due anni dal rilascio. In Italia i numeri sono simili: in assenza di un progetto di reinserimento, il tasso di recidiva tra i minori è del 63%, mentre cala al 22% quando viene offerto loro un percorso alternativo al carcere. Il lavoro di Seuil, che troviamo al centro di Santiago - Un cammino per ricominciare, si presenta come un’iniziativa davvero illuminata, forse poco nota al di fuori della Francia ma meritevole di attenzione internazionale.
Ogni anno, l’associazione accoglie circa trenta ragazze o ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni, affidati ai servizi sociali per la tutela dei minori o al servizio di protezione giudiziaria minorile; e propone loro - al posto del carcere - di trascorrere tre mesi sul cammino di Santiago, accompagnati da un educatore adulto. Non si tratta però di una pratica di gruppo: ogni ragazzo parte con un singolo educatore, pur restando in contatto con un team di esperti via telefono, e deve compilare un diario in cui racconta il suo viaggio.
Il film di Yann Samuell è tratto dal romanzo Marche et invente ta vie di Bernard Ollivier, ispirato alle vere storie di chi ha vissuto questa esperienza; narra quindi una vicenda originale, ma fondata su basi concrete. La protagonista è Fred (Alexandra Lamy), insegnante delle superiori che viene sospesa dal servizio per aver dato uno schiaffo a una studentessa. Anche la sua vita privata non è idilliaca: il marito sta frequentando un’altra donna, mentre la figlia è in perenne conflitto con lei, e presto lascerà Parigi per frequentare l’università in Canada. Su consiglio dell’amica Nadège (Mélanie Doutey), che lavora per l’associazione, Fred si candida come educatrice, e viene assunta nonostante i dubbi di Paul (Eric Metayer) circa la sua condotta passata. Fred dovrà accompagnare Adam (Julien Le Berre), un ragazzo quasi diciottenne su cui pesano diverse condanne per rapina e atti violenti. Collerico e insofferente, Adam parte controvoglia, e il suo rapporto con Fred comincia nel peggiore dei modi. Trattandosi però di un percorso formativo, non è difficile immaginare la direzione del film: i due si avvicineranno per gradi, scoprendosi pian piano, e il cammino di Santiago diverrà un nuovo inizio per entrambi.
Malgrado la prevedibilità dell’impostazione, Samuell (anche sceneggiatore) consente a questo rapporto di evolversi con i tempi giusti, in un tira e molla caratteriale dove ogni minimo passo rischia di essere vanificato subito dopo. Non è impeccabile: alcune reazioni di Adam - come l’aggressività verso Estella (Maëlle Vidou), l’adorabile pellegrina con cui stringe un legame speciale - suonano fuori luogo all’interno di quel percorso, come se fossero puri espedienti drammatici. Del resto, il ragazzo non fa nulla per accattivarsi le simpatie del pubblico, soprattutto all’inizio, e l’empatia si dirige tutta verso Fred. Naturalmente in lui c’è molto più che un “teppista”, e Santiago mira proprio a cambiare la percezione della delinquenza giovanile. Lo scopo del cammino è esattamente questo: calare i ragazzi in una situazione diversa, che rompe i soliti schemi comportamentali, stimola l’indipendenza (ad esempio, i partecipanti si alternano all’educatore per cucinare) e li mette in contatto con persone scevre da pregiudizi. Fare il cammino, infatti, significa incontrare altri pellegrini lungo il sentiero, in un clima solidale che è l’opposto rispetto a quello di casa; e Adam se ne rende conto di tappa in tappa, non solo con Estelle, ma anche con un allevatore che ospita lui e Fred, con un gruppo di musicisti di strada, e poi con i frati di un monastero che offre loro rifugio per la notte.
È in queste situazioni che emerge l’anima creativa del protagonista, aspirante rapper di talento, in un paese dove la musica rap ha un grande valore sociale. Le scene in cui Adam recita i suoi testi sono le migliori del film, soprattutto quando canta una personale Ave Maria laica nel monastero: un momento toccante, dove la poeticità dei versi è impreziosita dal loro significato intimo, tutto dedicato alla madre (che lo ha avuto da giovane, e ora lo rifiuta perché spaventata da lui). È un figlio in cerca di una madre, insomma, mentre Fred - sentendo di aver fallito con la figlia - ha bisogno di legittimarsi come genitore, vuole sentirsi utile in quanto educatrice. Di conseguenza, i due capitano l’uno nella vita dell’altra proprio al momento giusto. Julien Le Berre peraltro è bravissimo a sciogliere la rabbia di Adam nel canto, e riesce a esprimere quell’amalgama di fragilità, ostilità e sarcasmo che caratterizza un personaggio del genere; Alexandra Lamy, da parte sua, conferma quella propensione alla commedia che abbiamo visto nel recente Fammi il piacere, accompagnata da notevoli sfumature introspettive. I loro talenti si integrano alla perfezione.
Sia chiaro, Santiago è anche un film patinato, con la sua fotografia luminosa (di Vincent Gallot) e il ricorso a droni per riprese spettacolari sui panorami del cammino; inoltre, certe soluzioni narrative appaiono un po’ semplicistiche, in particolare nell’epilogo. Si avverte tuttavia una grande sincerità di fondo, valorizzata non solo dall’attaccamento del regista ai personaggi, ma anche dal suo desiderio di omaggiare il lavoro di SEUIL: una visione laica del cammino, lontana dal proselitismo, ma focalizzata sull’esperienza umana. Attraverso una lettura drammatica, Samuell ci ricorda che le alternative al carcere esistono, e funzionano meglio della detenzione. Santiago - Un cammino per ricominciare uscirà il 24 settembre nelle sale italiane.









