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di Manuela De Leonardis

Il Manifesto, 26 agosto 2026

Parla la fotografa e avvocata penalista che lavora da un decennio al progetto. Autrice del libro “Looking Inside. Women with Life Sentences” sulle condannate all’ergastolo per omicidio. “Avendo fatto l’avvocato penalista per vent’anni non avevo alcun pregiudizio sulle donne in carcere. La macchina fotografica permette di mostrare qualcosa quasi senza commenti, io volevo semplicemente mostrare chi sono queste donne”, afferma Sara Bennett durante la nostra conversazione, nella sua casa di Brooklyn.

Autrice del libro Looking Inside. Women with Life Sentences (Kehrer, 2026) - la postfazione è di Judith Clark che ha scontato 38 anni di carcere e ora è direttrice del Survivors Justice Project - realizzato con la borsa di studio Guggenheim 2024, Bennett ha iniziato questo progetto nel 2012, facendosi portavoce della complessità del vivere dentro e fuori dalle sbarre di donne condannate all’ergastolo per omicidio. Ha fotografato Patrice nella palestra nel carcere di massima sicurezza Bedford Hills Correctional Facility e Linda nella sala ricreativa del Taconic Correctional Facility, ma anche Karen in un rifugio per senzatetto, quattro settimane dopo il suo rilascio o Evelyn in un appartamento a Queens condiviso con una coinquilina.

Il libro raccoglie anche i pensieri delle detenute scritti a mano. “La gente mi chiede continuamente perché sorrido così tanto”, scrive Judy nel suo 38° anno di reclusione - “Non è che io sia sempre felice. Soffro i dolori della prigionia: separazione dai propri cari, continue umiliazioni quotidiane come essere perquisiti a corpo nudo dopo ogni visita e non poter abbracciare nessuno. Il contatto umano è vietato e amare un’altra donna è illegale. Ogni giorno porto con me il peso della colpa per il mio crimine e per tutto il dolore e la perdita di cui sono responsabile. Non posso cambiare questa situazione. Ma posso decidere come svegliarmi ogni mattina e incontrare il giorno in cui scelgo l’amore, la curiosità, la vitalità. Scelgo di sorridere”.

In che modo la professione di avvocato (difensore d’ufficio) ha indirizzato il tuo sguardo di fotografa?

Avevo una cliente condannata a 75 anni o all’ergastolo, questo significava che avrebbe trascorso tutta la vita in prigione, perché una condanna del genere implica che devi scontare 75 anni prima di poter beneficiare della libertà condizionale. Stavo cercando di convincere il governatore di New York a concederle la grazia, cosa davvero straordinaria. In pratica, conducevo una grande campagna politica a suo favore. Cercavo di ottenere il sostegno di persone influenti tenendo conferenze su di lei. Una volta, durante un discorso in una sinagoga nell’Upper West Side dove erano presenti probabilmente 200 persone, qualcuno si è fatto avanti dal pubblico e ha detto “Se non fosse stato per Judith” - questo è il nome della mia cliente - “non avrei alcun rapporto con i miei figli”. Poi è arrivata un’altra che ha aggiunto che se non fosse stato per Judith non avrebbe potuto studiare all’università mentre era in carcere, e altre cose del genere. È stato davvero intenso, sembrava quasi che fossi stata io ad averlo inscenato, ma non conoscevo quelle donne. Dopo mi sono avvicinata a loro e ho chiesto chi fossero. Facevano parte di un programma nel Queens, una sorta di alloggio assistito per donne appena uscite dal carcere. Per i sei mesi successivi, ho continuato a chiedermi come poter dare visibilità alle loro parole. Poi mi è venuta l’idea.

Vale a dire?

Una mia conoscente che era stata in carcere ha portato a casa mia un gruppo di donne, a cui ho chiesto cosa significasse per loro la mia cliente e ho scattato delle foto. Ho messo insieme un piccolo opuscolo - Spirit on the Inside: Reflections on Doing Time With Judith Clark - che poi ho inviato ai legislatori statali, al governatore, a una nuova commissione sul reinserimento. Quando tenevo delle conferenze lo distribuivo, alla fine ne sono state messe in circolazione 1598 copie. Avrei dovuto immaginarlo ma sono rimasta sbalordita dalla reazione della gente, dal fatto che non avessero mai riflettuto veramente sull’umanità dei detenuti. È così che è nato il progetto di Looking Inside Women with Life Sentences. Dopo ho dovuto imparare a usare la macchina fotografica e diventare una fotografa, ma il lavoro ha preso forma fin dal primo giorno grazie al mio background. Avevo intenzione di dedicarmi esclusivamente a persone condannate all’ergastolo che non sapevano se sarebbero mai uscite di prigione, e volevo fotografare solo donne perché nessuno pensa alle donne in carcere.

Come è avvenuta la scelta dei soggetti che ha ritratto?

La prima persona che ho fotografato si chiama Keila. L’ho trovata grazie a una mia cliente che era in carcere, quella di cui le parlavo. Nel libro c’è anche la foto del primo giorno in cui l’ho incontrata alla Penn Station, cinque settimane dopo il suo rilascio. Quel giorno Keila stava andando a un incontro di ex detenute, così sono andata con lei. Nella sala c’erano una ventina di donne, qualcuna mi ha riconosciuta visto il mio lavoro di avvocato e mi ha chiesto cosa facessi lì. Ho parlato del mio progetto di fotografare donne nel loro reinserimento e tutte quelle che erano nella stanza hanno risposto che volevano farlo. La mia idea, però, era fotografare solo le detenute condannate alla reclusione a vita, perché chi ha l’ergastolo non sa se uscirà mai di prigione. Così ho iniziato a seguire nove donne che poi sono diventate quattro, Keila, Evelyn, Carol, Tracy. Le ho fotografate in prigione, perché volevo mostrare un po’ com’è la vita tra le sbarre, i programmi che svolgono le detenute, i certificati che ottengono, chi le va a trovare. Le ho scelte perché erano quelle più disponibili, ma anche perché ho sentito subito che c’era un forte legame, come con Keila. Mi sono divertita tantissimo con lei! Alcune le ho ritratte anche fuori dalle prigioni, all’interno degli alloggi assistiti pensati per aiutare le persone nel loro processo di reinserimento.

Nel libro, insieme ai loro ritratti sono pubblicati appunti scritti a mano, lettere, disegni, polaroid che contribuiscono a restituire una visione reale della vita dietro le sbarre. Di queste donne incarcerate racconta anche i sogni?

È una bella domanda. Insomma, credo che alcune di loro raccontino quali sono i propri sogni con la loro stessa calligrafia. Nel libro si nota che c’è differenza tra le donne che sono dentro e quelle che sono fuori. Molte di quelle che sono in prigione si sentono davvero dimenticate e invisibili, e si pongono delle domande. Ad esempio, qualcuna dice: “Morirò dietro queste sbarre?”. Invece, le donne che sono fuori credo che provino una vera e propria sensazione di entusiasmo per il fatto di vivere nel mondo, per quanto difficili possano essere le loro condizioni. Quindi, si percepisce chi sono, i loro sogni e le loro speranze. Nel 2025 ho realizzato On their own: women over 90, un progetto fotografico su donne di oltre novant’anni che vivono da sole e sono ancora autonome, ma è come se si sentissero in carcere con i loro mondi che si restringono sempre di più, dove le persone che le circondavano sono morte. Non uscivano più molto, e quando lo facevano era solo nel raggio di pochi isolati dalla loro casa. Non mi era mai venuto in mente che ci fosse un collegamento tra questi due progetti, ma in realtà credo che ci sia.