sardiniapost.it, 4 ottobre 2026
I dati dell’Ufficio Statistica indicano per Cagliari - Uta 652 posti disponibili: in realtà sono stati aggiunti i 92 del 41bis. “Il Ministero della Giustizia non solo ‘scarica’ sull’isola una fetta notevole dei detenuti della massima sicurezza ma addirittura vuole nascondere il sovraffollamento in Sardegna indicando un numero superiore di posti rispetto a quelli realmente disponibili, emblematici i casi di Cagliari-Uta e Nuoro”. Lo sostiene Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme”, facendo osservare che nel più importante carcere dell’isola, nel resoconto mensile dell’Ufficio Statistica, risultano non più 561 posti ma 652.
“Chi legge - sottolinea Caligaris - può ritenere che nella Casa Circondariale di Cagliari-Uta siano stati resi disponibili ulteriori 90 posti e che quindi il sovraffollamento si sia ridotto al 132%. In realtà in quel Padiglione di 92 posti ci sono 88 ristretti con il regime del 41bis e gli altri detenuti (764 per 561 posti) continuano a vivere come prima anzi peggio perché la percentuale di sovraffollamento è del 136%. Sono aumentati anche gli stranieri (al 30 settembre 210) e le donne (34). Insomma, crescono le difficoltà e le possibilità di rispettare pienamente il dettato costituzionale anche perché il personale è sempre carente in ogni settore, sicurezza, sanitario e educativo”.
“La situazione a Sassari-Bancali - osserva ancora Caligaris - non è meno difficile. L’Istituto ‘Bacchiddu’ con 458 posti accoglie 606 detenuti (132,5%), 185 stranieri (30,5%), 29 donne. Analogamente il “Tomasiello” di Alghero ha 161 detenuti (89 stranieri) per 156 posti. In serie difficoltà Tempio Pausania con 177 (163). Persino Lanusei ha superato la capienza di 33 posti con 36 detenuti (10 stranieri)”.
“Il resoconto numerico, seppure grave nelle percentuali, offre una fotografia più nitida di ciò che si vive dentro le celle soprattutto alla fine di un periodo, quello estivo, dove il caldo asfissiante ha reso gli ambienti detentivi inconciliabili con qualsiasi attività riabilitativa e ha costretto chi scontava una pena e chi lavorava a una convivenza al limite del sopportabile.
Non è un caso che si siano moltiplicati i gesti autolesionistici e i consigli di disciplina. Resta l’amarezza di constatare per l’ennesima volta che aldilà delle parole, nonostante gli appelli delle istituzioni locali e del Provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, non ci siano iniziative concrete - conclude la presidente di SDR - per fare del periodo di perdita della libertà un’occasione di crescita culturale e recupero sociale anche con l’indispensabile supporto delle Comunità Terapeutiche e dei Ser.T”.









