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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 14 ottobre 2025

In arrivo da Roma dopo il crollo della volta di Regina Coeli. Irene Testa: “Infilati in istituti non adeguati. Da noi già 1.200 reclusi da altre regioni. Non siamo una discarica”. Se il crollo della volta della seconda rotonda di Regina Coeli di giovedì scorso è, come l’aveva definito il Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia, “una metafora delle condizioni del nostro sistema penitenziario”, le modalità con cui una parte dei reclusi sfollati sono stati spediti “come pacchi” in Sardegna la dice lunga su come “evidentemente la regione viene considerata una colonia”, secondo la Garante regionale Irene Testa.

“Stando a quello che raccontano i detenuti - riferisce Testa che ieri ha visitato il carcere di Alghero - passate 48 ore dal crollo, hanno avuto mezz’ora di tempo per prepararsi all’imbarco su un aereo della Guardia di Finanza. Hanno preso le cose in fretta e furia, tant’è che qualcuno è arrivato in accappatoio e qualcun altro in pantofole, come mi ha confermato anche il Garante comunale di Alghero. In molti - prosegue la tesoriera del Partito Radicale - non hanno potuto avvisare le famiglie e sono ancora in attesa che la burocrazia amministrativa conceda loro una telefonata; hanno dovuto lasciare documenti personali, clinici o processuali, libri, soldi, tutto… Tanto che la Caritas di Alghero ha raccolto fondi per fornire almeno lo stretto necessario”.

Il cedimento di una parte del tetto del più antico carcere italiano e la conseguente interdizione della rotonda da cui dipanano i corridoi, ha infatti isolato il piano terra del sesto e del settimo raggio (l’ottavo era già stato chiuso lo scorso anno a causa di un incendio). Fin da subito si erano contati 316 detenuti da trasferire, quasi tutti in attesa di giudizio. Alcuni sono stati subito allocati in altre celle dello stesso Regina Coeli, istituto che già superava il 180% (dati del Garante) di affollamento; altri inviati alla Casa del lavoro di Vasto (Chieti) e altri ancora distribuiti nelle prigioni del Lazio.

Ma è in Sardegna che l’arrivo di altri circa 130 detenuti, assegnati tra le strutture di Cagliari Uta, Alghero, Bancali (Sassari) e Massama (Oristano), è stato accolto come una “decisione ingiustificata e dannosa”, tanto per citare l’associazione Socialismo Diritti Riforme (Sdr) la cui presidente Maria Grazia Caligaris snocciola le percentuali di sovraffollamento come un lungo grido di dolore: “134,2% a Uta, 126,2% a Bancali, 125% ad Alghero e 110% a Oristano”. Mentre negli ultimi tempi la capienza regolamentare complessiva in Sardegna “è scesa a 2.348 posti, a causa di 231 celle non utilizzabili per problemi strutturali”, la gestione “emergenziale e l’assenza di un piano di lungo periodo - conclude Caligaris - mostrano ancora una volta il disinteresse del ministro Nordio verso le esigenze dell’isola e il peso nullo delle interlocuzioni istituzionali. È inaccettabile che la Sardegna continui a essere trattata come una discarica penitenziaria del Paese”.

“Tra l’altro questi detenuti - spiega Irene Testa - sono stati messi in istituti dove non potrebbero stare: a Oristano, che era il meno affollato, ci sono però principalmente reclusi in alta sicurezza, mentre l’istituto di Alghero era talmente impreparato da dover cercare in fretta e furia materassi e coperte che non aveva. Ieri sembrava un Cpr”. La casa di reclusione algherese, infatti, è “un carcere modello a trattamento intensificato, dove i detenuti sono selezionati e intraprendono un percorso di studio o lavoro, peraltro sotto la sorveglianza di soli 70 agenti. Così lo hanno snaturato”. E a conti fatti, “a causa dell’intensificarsi dei trasferimenti negli ultimi mesi”, precisa la radicale Testa, “in Sardegna ci sono già 1200 detenuti provenienti da altre regioni”.

Per Stefano Anastasia, “il trasferimento era necessario, le modalità della sua effettuazione vanno monitorate e, nel caso, contestate. I detenuti trasferiti hanno diritto a telefonate supplementari per avvisare i familiari e devono essere accompagnati dal loro fascicolo, con la documentazione giuridica e sanitaria, e dagli effetti personali. Ovviamente, mi preoccupano molto i tempi per il recupero della volta di Regina Coeli. Il rischio è che, una volta trasferiti, chissà quando potranno tornare a Roma vicino alle loro famiglie, presenziare ai processi, parlare faccia a faccia con gli avvocati”.

D’altronde già ad aprile scorso la Corte dei Conti, nell’analizzare il piano di edilizia penitenziaria del governo (in cui Regina Coeli non è inserita, neppure al capitolo ristrutturazioni), aveva avvertito: durante lo svolgimento dei lavori, il trasferimento dei detenuti da un carcere ad un altro “non può comprimere, oltre i tempi strettamente necessari, il principio dell’equa distribuzione della pressione detentiva negli Istituti penitenziari del territorio né quello di territorialità della pena”.