L’Unione Sarda, 3 giugno 2026
La maggior parte sono marocchini e tunisini. Appello di Sdr al Ministero: “Senza figure specializzate i problemi ricadono sugli agenti penitenziari. Aumentano i detenuti stranieri nelle carceri della Sardegna, ma scarseggiano i mediatori culturali multilingue. Risultato: “La maggior parte dei problemi finisce per ricadere sugli agenti penitenziari”. A sottolinearlo è l’associazione Socialismo Diritti Riforme, in una nota dove fa il punto sul numero di detenuti di origine straniera reclusi nei penitenziari dell’Isola. SDR snocciola i dati dell’Ufficio Statistiche del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria al 31 maggio 2026. Scorrendo il report, il maggior numero di detenuti stranieri si registra a Cagliari-Uta (198 -26,9%), Sassari-Bancali (172 - 29,5) e Mamone-Lodè (108 - 58%).
“Se la presenza straniera nella Casa di Reclusione all’aperto di Mamone, con 186 presenze per 264 posti, è giustificabile con la possibilità di lavoro agricolo, diversa è la situazione di Cagliari-Uta con 734 persone detenute per 561 posti e per Sassari-Bancali con 583 presenze per 458 posti, senza dimenticare i 90 nella sezione riservata al 41 bis. Due realtà in grave sofferenza per il sovraffollamento reso ancora più insopportabile per il gran caldo di questo periodo”, sottolinea Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme”, facendo osservare che il numero complessivo degli stranieri (748) “richiede un serio impegno organizzativo anche per le dinamiche culturali e linguistiche”.
Quanto ai Paesi di nascita dei detenuti stranieri in Sardegna, la maggioranza è originaria del Marocco (146, il 19.57% del totale. Secondo i dati del Ministero al secondo posto di questa classifica ci sono i tunisini con 84 persone detenute (11,2%) e al terzo con 68
presenze i nigeriani (9,11%). Numeri relativamente importanti sono anche quelli degli algerini e dei rumeni entrambi 58 (7,77%). Qundi gli egiziani (38, 5%) e i senegalesi (33, 4,42%). Numeri più contenuti per gambiani (24), pakistani (13) e turchi (12).
“È evidente che il Ministero dovrebbe farsi carico - afferma Caligaris - di investire su mediatori/mediatrici culturali, educatori/educatrici per creare i presupposti per rendere la presenza in carcere utile a persone che spesso non comprendono la lingua italiana e sono semi analfabeti. Tra l’altro buona parte degli stranieri detenuti in Sardegna non ha commesso il reato nell’isola ma è stato trasferito dalla Penisola. Per queste persone, donne e uomini, il principio della territorialità della pena non è contemplato anche perché spesso risultano senza legami familiari nel territorio italiano e quindi più facilmente trasferibili per sfollamenti”. “Occorre una riflessione - conclude Caligaris - sulle problematiche relative alla loro gestione e integrazione. Molto spesso finita di scontare la pena detentiva vengono trasferiti nel CPR di Macomer, il centro per il rimpatrio dove sostano per mesi in condizioni spesso considerate anche peggiori del carcere”.










