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di Marzia Piga

sassaritoday.it, 12 maggio 2025

La Garante dei detenuti della Sardegna, Irene Testa, ci racconta la situazione delle madri detenute con figli piccoli: poche, ma trascurate. Le Icam, istituti “di custodia attenuata”, uno è a Senorbì inaugurato e mai utilizzato. Che sia una celebrazione cattolica, una festa pop, un evento commerciale o correlato a iniziative solidali, la Festa della mamma (ogni seconda domenica di maggio) è la giornata dedicata a tutte le donne che sono anche madri. Delle lavoratrici che fanno surf tra carriera e cura dei figli, di quelle che hanno scelto o sono costrette a dedicarsi solo alla famiglia. E di quelle che hanno sbagliato. Quelle i cui errori hanno portato dietro le sbarre di una cella.

Madri di bimbi piccoli in carcere per reati minori - Sono il due per cento della popolazione carceraria isolana, sono madri di bimbi piccoli che in gran parte hanno commesso reati minori, così dicono le statistiche. Madri che sono costrette a tenere i propri piccoli con sé tra le quattro mura di un istituto di sicurezza. “In questo momento, fortunatamente, non ci sono bambini negli istituti penitenziari sardi - racconta Irene Testa, Garante regionale dei detenuti in Sardegna - anche se nell’ultimo anno ne sono transitati un paio, anche di un anno. Poi ha prevalso il buonsenso e queste madri sono state collocate in comunità o in altri luoghi fuori dal carcere. Anche perché tenere i bambini all’interno del penitenziario, soprattutto i piccolissimi sotto i tre anni, non è una cosa accettabile, non è umano”, sostiene. 

Uno era nella struttura di Uta e una bimba più piccola, di appena un anno, a Sassari, a Bancali: “Girava per la cella con un girello che le avevano recuperato, è stata una scena proprio brutta da vedere”, aggiunge sconsolata. Negli istituti sardi non ci sono nidi, come in altre strutture del Continente: è una questione di numeri. E sono i numeri delle detenute madri sarde il motivo per cui, per esempio, alla Garante dei detenuti non piace l’idea di una Icam in Sardegna. Si tratta di una struttura creata apposta per le madri detenute con bimbi piccoli: istituto di custodia attenuata per detenute madri. Al momento sono quattro in tutta Italia (Milano, Venezia, Lauro e Torino). Una è stata realizzata anche in Sardegna, a Senorbì, in uno stabile concesso dal Comune (quattro camere con bagno più ludoteca, cucina e cortile), inaugurata nel 2014 e mai utilizzata.

In teoria un faro di civiltà per consentire alle donne di scontare la pena senza separarsi dai figli piccoli e senza obbligarli all’orrore di una vita in cella. “Ora l’amministrazione penitenziaria vuole riprenderlo in mano e attivarlo - spiega Testa - ma se già in generale metà della popolazione carceraria sarda arriva dal resto d’Italia, anche questo farebbe la stessa fine”. Se sono poche le madri e neo madri che delinquono “e per la maggior parte di loro il reato principale è quello di atti di violenza contro il patrimonio”, però “la detenzione femminile è molto trascurata rispetto agli istituti maschili - spiega la Garante sarda -. Ci sono poche attività, quelle che ci sono vengono realizzate grazie alle associazioni di volontariato che operano all’interno, sia a Uta sia a Bancali, però per il resto c’è molto poco, non c’è nemmeno un’infermeria dedicata”.

“Molte di queste giovani mamme spesso sono finite a usare sostanze, quindi si trovavano in situazioni di disagio psichiatrico, per la maggior parte sono donne fragili che non hanno trovato supporto all’esterno, nelle istituzioni e quindi una volta in carcere magari sperano di farcela. Anche se molte continuano a perdersi perché poi non hanno dei sostegni da parte delle famiglie, arrivano da contesti molto difficili”. Poi ci sono quelle, tante, “che proprio per i loro figli chiedono di andare in comunità per riprendersi, per riuscire a riprendere in mano la propria vita e quella dei loro figli”, racconta.

“Donne fragili che vogliono riprendersi la loro vita” - Irene Testa ha visitato più volte gli istituti sardi e ha raccolto le testimonianze anche delle donne che stanno scontando pene: “Raccontano spesso le loro storie, le vedo preoccupate per i loro bambini che stanno fuori dal carcere, affidati a famiglie o servizi. Spesso non vedono i loro figli perché raccontano di essere in viaggio e quindi si rifiutano persino di andare ai colloqui nelle visite, per evitare ai bambini l’esperienza del carcere”. “Potevano pensarci prima ai loro figli’, è la frase che spesso si sente dire - commenta Testa. Ma sono mamme. Sono persone che hanno sbagliato, ma sono pur sempre persone ed è questo il dato che solitamente non viene mai sottolineato”.