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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 25 luglio 2026

Rimane allibita, Irene Testa. La garante sarda delle persone private della libertà personale ha saputo dai giornali che giovedì mattina il ministro della Giustizia Carlo Nordio era a Uta, nella casa circondariale “Ettore Scalas”, per inaugurare il nuovo reparto destinato al 41 bis. Nessun invito, nessuna comunicazione preventiva all’ufficio che per legge vigila su quelle celle. “Il mancato coinvolgimento delle istituzioni regionali rappresenta uno sgarbo istituzionale”, scrive Testa in una nota diffusa a fine giornata. E chiude con la seguente frase: “Il confronto tra le istituzioni non è una cortesia, ma un dovere, soprattutto quando si parla di carcere, sicurezza, diritti e legalità”.La cerimonia si è svolta nel più assoluto riserbo.

Niente conferenza stampa, niente cronisti, nessun preavviso ai giornali sardi. Solo una nota del ministero, arrivata quando la giornata era finita, ha raccontato che il guardasigilli era stato a Cagliari. La presidente della Regione Alessandra Todde ha parlato di un metodo che umilia le istituzioni sarde e ignora il principio della leale collaborazione fra Stato e Regione. Critiche anche dal presidente del Consiglio regionale Piero Comandini. Il reparto inaugurato è una struttura del tutto separata dagli altri circuiti dell’istituto: 23 semisezioni, articolate in cinque sezioni, per un totale di novantuno camere detentive. Secondo il ministero completa una programmazione partita nel 2009 e poi aggiornata con una serie di interventi edilizi e tecnologici, tutti pensati per portare l’istituto agli standard richiesti dal regime speciale.

Nordio ha parlato di “primo importante traguardo nel percorso di edificazione e ristrutturazione carceraria che coniuga la sicurezza del detenuto con l’umanizzazione della pena, anche nei trattamenti più rigorosi”. Ha annunciato che presto arriveranno altri interventi nelle strutture ordinarie, secondo il programma definito con il commissario straordinario all’edilizia penitenziaria.

Testa non polemizza per il nastro tagliato. Contesta quello che sta intorno. Si augura che il ministro, oltre alla passerella nel padiglione nuovo, abbia messo piede anche nelle sezioni comuni, dove detenuti, agenti, personale sanitario e operatori vivono ogni giorno condizioni difficili. Si augura che abbia visto con i suoi occhi le criticità strutturali, il sovraffollamento e le condizioni di lavoro di chi è ormai allo stremo. E chiede al ministero una risposta precisa: con quali risorse umane intende far funzionare il nuovo reparto, perché la sua apertura non finisca per aggravare una situazione già molto complessa.

I dati che il taglio del nastro non racconta - La domanda non è teorica. Il 27 maggio scorso, davanti al Consiglio regionale, la stessa Testa ha presentato la relazione annuale sulle carceri sarde. A Uta l’affollamento tocca il 130 per cento. Su 729 detenuti, il 92 per cento assume terapie continuative. Quasi la metà dei reclusi prende psicofarmaci ogni giorno, oltre un terzo ha disturbi psichici formalmente diagnosticati, poco meno del 9 per cento segue una terapia sostitutiva per le dipendenze. Ed è il carcere dove il ministro ha tagliato il nastro.

Il resto dell’isola non sta meglio. Come si legge nella relazione annuale della garante Testa, nel 2025 il numero di istituti sardi con un tasso di occupazione superiore al cento per cento è triplicato. A Sassari Bancali si viaggia al 125 per cento, a Lanusei al 118, a Tempio Pausania e ad Alghero al 104, a Oristano al centouno. Perfino le colonie penali, che per storia e struttura dovrebbero essere il contrario di un istituto chiuso, si sono riempite: Isili è passata dal 59 al 99 per cento, Is Arenas e Mamone dal 49 e dal 41 al 79. Delle 352 camere di sicurezza censite nell’isola, solo 52 risultano agibili.

Nove giorni prima dell’inaugurazione, il 15 luglio, Testa aveva lanciato un altro allarme. Gli infermieri di Uta hanno annunciato lo stop alle prestazioni aggiuntive, dopo mesi di lavoro già svolto e non ancora pagato. La garante ha rivolto un appello alla Asl di Cagliari e alla Regione perché sblocchino quei pagamenti, e ha scritto che allo scenario di Uta, fatto di sovraffollamento cronico e personale che non basta, si aggiunge ora il rischio concreto di una riduzione drastica dell’assistenza sanitaria.

Il rischio “Cajenna” - Quell’aumento ha un nome e una cifra. Il piano nazionale prevede la concentrazione in Sardegna di 266 detenuti al 41 bis, una quota che avvicina l’isola a un terzo dell’intero circuito italiano. La riorganizzazione avviata dal Dap nei primi mesi del 2026 punta a ridurre da 12 a 7 gli istituti che ospitano il carcere duro, concentrandoli in strutture affidate al Gom e scelte anche per la loro distanza geografica. Badu ‘e Carros, a Nuoro, dovrebbe diventare un carcere dedicato in via esclusiva al regime speciale; a Uta e a Bancali funzioneranno sezioni separate. La base normativa è una disciplina del 2009 che invita a collocare i detenuti al 41 bis preferibilmente in aree insulari.

È la ragione per cui la Sardegna torna a essere la Cajenna d’Italia, l’immagine che ad aprile la stessa Todde aveva rovesciato sul tavolo del ministro. Il Consiglio regionale ha approvato a febbraio un ordine del giorno per fermare i trasferimenti verso Bancali, Uta e Badu ‘e Carros. Il 28 febbraio circa 1500 persone hanno sfilato a Cagliari contro quella che hanno chiamato l’ennesima servitù, questa volta penitenziaria. Sul 41 bis il Comitato europeo per la prevenzione della tortura chiede da anni all’Italia di rivedere l’impianto, e il 10 aprile 2025 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato il nostro Paese sul meccanismo quasi automatico delle proroghe.

Testa lo ripete da mesi: portare qui il carcere duro, in queste condizioni, è una violazione dei diritti umani. Ha spiegato che per accompagnare un solo detenuto in ospedale servono sette agenti di scorta, e che con gli organici sardi quel conto non torna. Il nastro adesso è stato tagliato. La domanda della garante, quella su quali medici, quali infermieri e quali agenti dovranno reggere novantuno celle in più dentro un istituto già al centotrenta per cento, è rimasta appesa a una nota diffusa a tarda sera, quando il ministro se n’era già andato.