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sardiniapost.it, 12 ottobre 2026

Lettera di Irene Testa: “La politica approvi la proposta di legge che porta il nome di Beniamino Zuncheddu, per garantire risarcimenti giusti e tempestivi a chi ha subito un errore giudiziario, senza costringerlo ad aspettare altri dieci anni”. “Giustizia” è il principio morale e giuridico che consiste nel riconoscere e rispettare i diritti di ciascuno, attribuendo a ogni individuo ciò che gli spetta secondo la legge, l’equità e la ragione. Se questo è vero, considerato che Beniamino Zuncheddu è stato in carcere per 33 anni da innocente ed è stato scarcerato quasi due anni fa, il 25 novembre del 2023 (poi assolto definitivamente nel gennaio successivo), la giustizia rischia di sbagliare due volte non avendogli ancora riconosciuto un risarcimento per l’ingiusta detenzione.

Per questo Irene Testa, la Garante regionale dei detenuti, ha scritto una lettera aperta per sollecitare l’approvazione in tempi rapidi della proposta di legge di iniziativa popolare proposta dal Partito Radicale - di cui da anni è un’esponente di primo piano - che porta il nome di Beniamino Zuncheddu, per garantire risarcimenti giusti e tempestivi a chi ha subito un errore giudiziario, senza costringerlo ad aspettare altri dieci anni. Una lettera intensa, efficace e struggente, scritta nei giorni in cui “Zustissia” il film di sulla storia di Zuncheddu è nelle sale e sta riportando al centro dell’attenzione mediatica il caso del pastore accusato di un omicidio che non ha mai commesso e per il quale ha trascorso 33 anni in carcere sino a quando un avvocato ha preso a cuore la sua vicenda ed ha fatto riaprire il processo dimostrando, infine, la sua innocenza.

Riportiamo il testo della lettera integralmente, perché meglio di così non si poteva scrivere: “Il film finirà. Si spegneranno le luci, scorreranno i titoli di coda. Ma a Beniamino Zuncheddu nessuno restituirà i 33 anni di vita che gli sono stati portati via. 33 anni. Provate a immaginarli. 33 anni senza libertà. Senza abbracci. Senza poter scegliere come vivere. Senza vedere il mondo cambiare, se non attraverso le sbarre di una cella. “Un ergastolo per errore.”

Era questa la formula che abbiamo scelto per raccontare la storia di Beniamino quando era ancora un ergastolano, con quel terribile fine pena mai, dicembre 9999. Per 33 anni quasi nessuno ha voluto anche solo concedere il beneficio del dubbio a quell’uomo. Non un partito, tranne il Partito Radicale. Non un politico. E una stampa che, salvo rare e importanti eccezioni come Videolina, L’Unione Sarda e soprattutto Radio Radicale, che per mesi ha tenuto acceso il microfono su questa vicenda, ha lasciato Beniamino e la sua battaglia nell’ombra. Poi è arrivata la libertà. Le telecamere, i titoli, la commozione. La storia dell’innocente finalmente tornato a casa. Un dramma trasformato in una favola a lieto fine.

Ma quale lieto fine? Beniamino è tornato a casa senza un soldo. Con 33 anni rubati. Con una vita da ricostruire quando ormai una parte enorme di quella vita non esisteva più. Perché se lo Stato ti toglie la libertà, gli affetti, gli anni migliori, se ti spezza l’anima e ti costringe a trascorrere più di metà della tua esistenza in carcere, non può poi aprire la porta e dirti semplicemente: adesso sei libero. Non basta. Non può bastare. Per questo il Partito Radicale ha promosso una proposta di legge di iniziativa popolare che porta il nome di Beniamino Zuncheddu, di cui siamo prime firmatarie io e Gaia Tortora. Oltre 50.000 italiani hanno firmato e si sono mobilitati per colmare un vuoto normativo che lascia chi ha subito un’ingiustizia ad affrontare altre battaglie, altre attese, altre umiliazioni.

E anche su questa battaglia, ancora una volta, troppo silenzio. Pochi microfoni, poca attenzione, quasi nessuno spazio per spiegare perché questa legge sia necessaria. Ne parlo in questi giorni perché il film è un’occasione straordinaria per riflettere. Ma soprattutto deve diventare un’occasione per agire. Non possiamo commuoverci davanti a uno schermo e poi dimenticare tutto quando si riaccendono le luci. La politica deve assumersi le proprie responsabilità. Deve avere il coraggio di riformare la giustizia, le indagini preliminari, la responsabilità di chi giudica. Deve ripensare un sistema carcerario che non può annientare un essere umano, ridurlo a uno straccio e poi abbandonarlo.

E deve fare almeno una cosa, subito: approvare la proposta di legge che porta il nome di Beniamino Zuncheddu, per garantire risarcimenti giusti e tempestivi a chi ha subito un errore giudiziario, senza costringerlo ad aspettare altri dieci anni. È il minimo. Il minimo che uno Stato di diritto deve alle persone di cui ha distrutto ingiustamente l’esistenza. Perché la libertà restituita non cancella la vita rubata. E perché il vero lieto fine della storia di Beniamino non sarà scritto nei titoli di coda di un film. Sarà scritto il giorno in cui la politica troverà finalmente il coraggio di trasformare la commozione in giustizia. Non chiediamo pietà. Chiediamo responsabilità. E una legge. Ora”.