di Davide Madeddu
Il Sole 24 Ore, 5 febbraio 2026
Una scelta che, secondo quanto sottolineato dalla presidente della Regione, andrebbe a penalizzare le comunità locali, oltre che sull’intera isola. “No all’isola carcere con i detenuti del 41 bis”. Più che uno slogan è un invito alla mobilitazione. A lanciarlo è la presidente della Regione Sardegna Alessandra Todde “contro la decisione del Governo di trasferire i detenuti ad alta pericolosità nelle strutture detentive dell’isola”. L’appello non è che l’ultima sequenza di una serie di prese di posizione e iniziative avviate dai rappresentanti delle istituzioni e comunità locali contro questa possibilità. Ossia il trasferimento dei detenuti in regime di 41 bis nelle carceri dell’isola.
Il reel della presidente - Oggi il reel della presidente pubblicato sui suoi canali social, dedicato al tema dell’utilizzo di tre carceri sarde, Uta, Bancali e Badu e Carros, come strutture destinate al regime del 41 bis. A iniziare dalla nota inviata a giugno dello scorso anno al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, proprio a proposito delle prime indiscrezioni e poi notizie sull’ipotesi di destinare le case circondariali di Bad’e Carros, Bancali e Uta al detenuti in regime di 41 bis. A settembre l’incontro.
La ricostruzione - “Il ministro ricostruisce la presidente della Regione - aveva assicurato che nessuna decisione sarebbe stata assunta senza il coinvolgimento delle istituzioni regionali”. Tutto risolto? Non proprio. “Questo coinvolgimento, però, non c’è stato - ricostruisce la presidente ricordando, richiamando il verbale della Conferenza Stato-Regioni del 18 dicembre, in cui il Sottosegretario alla Giustizia Delmastro ha fornito un’informativa che, secondo Todde, conferma l’esistenza di un disegno preciso. Nel documento si fa riferimento a sette carceri dedicate al 41 bis in Italia, preferibilmente localizzate nelle aree insulari, e vengono indicate, per la Sardegna, proprio le strutture di Badu e Carros, Bancali e Uta. Inoltre, rispetto ai 192 posti inizialmente previsti, è indicato un incremento di almeno il 20%, che porterebbe a circa 240 detenuti al 41 bis, oltre un terzo dell’intera popolazione nazionale sottoposta a questo regime”. Una situazione respinta dalla presidente anche nel corso delle numerose manifestazioni.
Si penalizza l’isola e la sua economia - Una scelta che, secondo quanto sottolineato dalla presidente della Regione, ma anche dai sindaci dei Comuni interessati a questi trasferimenti, andrebbe a penalizzare le comunità locali, oltre che sull’intera isola. “Parliamo di un impatto diretto sull’economia, sulla sicurezza dei territori - prosegue -, sulla sanità pubblica finanziata dai sardi e sull’esecuzione penale ordinaria, perché i detenuti sardi sarebbero costretti a scontare la pena fuori dalla Sardegna”. Senza dimenticare i problemi che potrebbero sorgere “anche a livello di investimenti economici e di prospettive. Non e non ci meritiamo di essere considerati come la Cayenna d’Italia”. Da qui la decisione di lanciare la mobilitazione. “Non possiamo accettare che la Sardegna venga trasformata in un’isola carcere - ribadisce -. Per questo motivo chiedo ai sardi e alle sarde di far sentire la propria voce insieme a me, per dire con forza che la Sardegna non ci sta e che vuole scegliere da sola il proprio destino”.










