di Maria Grazia Caligaris*
Il Dubbio, 4 maggio 2022
Che le nomine del capo Dap siano da sempre ricadute solo su magistrati non è una “scoperta” di Enrico Sbriglia, Alessandro De Rossi e Il Dubbio. È una realtà che di recente anche Luigi Pagano, già Vice- Capo Dipartimento, ha sottolineato domandandosi, senza nascondersi dietro un dito, quale competenza specifica abbiano acquisito i magistrati per reggere un’amministrazione come quella penitenziaria. Non nego e anzi ho particolarmente apprezzato l’ultima nomina, quella di Carlo Renoldi, a Capo del Dipartimento perché è un magistrato che conosce il carcere.
Lo ha frequentato, ha sentito sulla sua pelle la realtà della sofferenza di persone tossicodipendenti, con disturbi della personalità, con problemi psichici e con povertà sociali e culturali. Ha conosciuto direttori, agenti e funzionari giuridico- pedagogici, spesso in burnout per le cattive condizioni di lavoro. Ha sperimentato la realtà di Buoncammino, struttura penitenziaria ottocentesca nel cuore del capoluogo sardo.
Ciò detto, in tutti questi anni, la mia esperienza sul tema detenzione e sistema risale al 2004, non ho visto un segnale di crescita in Sardegna. Non ho visto progettualità, a parte annunci di comodo. Non ho mai percepito una minima attenzione, lasciando tutto nelle mani di un Provveditore e di pochi direttori, ciascuno con una visione diversa dall’altro e senza mai un vero programma. Insomma ho osservato e verificato un costante peggioramento.
L’isola è diventata sempre più una colonia, senza volto e senza voce, una discarica di dolorante umanità inserita in una servitù penitenziaria importante. Basti pensare che ha 3 Case di Reclusione all’aperto (Colonie Penali) per 6.050 ettari di territorio, in cui “lavorano” complessivamente 260 persone private della libertà (i posti disponibili sono circa 600). Nessuna di queste realtà, tutte in aree di pregio paesaggistico e ambientale, ha un direttore dedicato.
In Sardegna infatti ci sono solo 3 direttori titolari su 10 Istituti, altri 2 sono in prestito (a scavalco). Non ci sono vice direttori. Non ci sono neppure comandanti titolari a Sassari e Nuoro. Gli agenti sono sottodimensionati (- 540 rispetto alla pianta organica), i funzionari giuridico- pedagogici 38 anziché 54, gli amministrativi sono scarsi. Forse non è noto che dopo tre interpelli, dal 13 gennaio 2022, la Sardegna non ha un Provveditore. Abbiamo 41 bis e AS a Sassari, idem a Nuoro, Tempio e Oristano sono solo AS. Complessivamente i detenuti di “peso” in Sardegna sono circa 700. Su appena 2.000 ristretti, sono sardi solo un migliaio.
Per completare il quadro dell’efficienza di questo sistema, occorre ricordare che in Sardegna sono stati costruiti 4 nuovi Istituti penitenziari Cagliari- Uta, Sassari- Bancali, Oristano- Massama, Tempio Pausania-Nuchis. Come si evince dall’”appendice” sono stati edificati, spendendo centinaia di milioni di euro, lontano dal centro abitato, preferibilmente in lande desertiche prossime a impianti fotovoltaici e pale eoliche se non a discariche con scarsi collegamenti e senza indicazioni stradali. Uno scempio reso ancora più evidente dal fatto che spesso ci piove dentro, le celle sono state pensate per due persone ma ce ne sono spesso 3 o 4.
Gli ergastolani non hanno una cella singola e le aree comuni sono ridicole. Per non parlare delle donne, impossibilitate a fare qualunque corso di formazione o di accedere all’art. 21. Le nostre carceri sono piene di persone disadattate, socialmente fragili, anziane, malate e senza alcuna prospettiva. L’espressione risocializzazione vale solo per chi ha alle spalle una famiglia, amicizie di rilievo e condizioni sociali di garanzia. Pochissimi insomma si salvano e lo fanno da sole. La chiusura degli Opg (operazione saggia e indiscutibile) senza un’alternativa valida, ha portato in carcere malati di mente o in doppia diagnosi senza che il Servizio Sanitario sia in grado di gestirli. Gli atti di autolesionismo sono all’ordine del giorno.
*Socia fondatrice associazione culturale “Socialismo Diritti Riforme ODV”










