di Costantino Cossu
Il Manifesto, 1 marzo 2026
In base al piano del governo, la regione dovrebbe ospitare 240 detenuti al 41bis su 749. Sono quasi 10mila in Italia, su una popolazione di circa 54mila detenuti, i reclusi appartenenti al circuito dell’alta sicurezza. Di questi, 749 sono sottoposti al regime speciale previsto dall’articolo 41 bis e sono ospitati attualmente in 12 penitenziari. Il governo ha predisposto un piano, elaborato dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, che prevede la loro concentrazione in soli sette istituti penitenziari: Alessandria, L’Aquila, Parma, Vigevano, Nuoro, Sassari e Cagliari.
La Sardegna, con tre carceri su sette, è fortemente sopra rappresentata. E questo anche perché la legge numero 663, che nel 1983 ha introdotto il regime del 41 bis nell’ordinamento carcerario nazionale, stabilisce che i reclusi sottoposti al carcere duro devono essere “assegnati preferibilmente a sedi insulari”. Le isole sono state considerate dal legislatore più adatte: più difficile il contatto dei prigionieri con l’esterno, più gestibili gli eventuali casi di evasione. Se il piano Delmastro sarà attuato, i detenuti in 41 bis rinchiusi nelle carceri sarde saranno in tutto 240, un terzo del totale nazionale.
Todde non ci sta: “La Sardegna - ha detto parlando ai manifestanti - è e resta dalla parte dello Stato contro le mafie. Non c’è alcuna ambiguità. Ma la leale collaborazione tra Stato e regioni richiede trasparenza e rispetto. Nordio a settembre ci ha detto che niente era deciso. Ora scopriamo che sono decisioni già prese, un piano costruito ad arte, negato anche ad arte”. Al comitato che ha organizzato la protesta hanno aderito sindaci, sindacati e associazioni. Sul palco con Todde c’erano i primi cittadini delle tre città coinvolte nel piano del governo: Massimo Zedda per Cagliari, Giuseppe Mascia per Sassari ed Emiliano Fenu per Nuoro.
Tre i punti critici indicati dagli interventi. La gestione del sistema carcerario sardo, in forte sofferenza per sovraffollamento e per scarsezza di personale, con l’arrivo dei detenuti al 41 bis rischia di collassare. Quindi le conseguenze negative sul già disastrato sistema sanitario regionale del carico di reclusi in regime speciale trasferiti nell’isola. Il terzo problema è il pericolo di “contagio” che potrebbe derivare da una massiccia presenza, negli istituti di pena sardi, di esponenti di primo livello della malavita al carcere duro. Quest’ultimo è il principale motivo di preoccupazione di chi ieri è sceso in piazza. “Un’elevata concentrazione di detenuti ad alta pericolosità - hanno detto gli organizzatori della protesta - aumenta i rischi d’infiltrazione mafiosa, con riciclaggio di denaro sporco e conseguente inquinamento dell’economia locale”. Si annuncia anche un’iniziativa parlamentare per modificare il passaggio della legge istitutiva del 41 bis in cui si stabilisce che i detenuti pericolosi è meglio spedirli su un’isola.
In realtà, la questione va oltre i termini toccati ieri a Cagliari. Autorevoli esponenti del mondo giuridico (da ultimo Gherardo Colombo) hanno sollevato il problema dell’incostituzionalità del 41 bis e ne hanno chiesto l’abolizione o una radicale revisione. L’Ue più volte ha richiamato l’Italia per violazioni dei diritti umani conseguenti all’applicazione del regime di carcere duro. Superare il securitarismo aiuterebbe a inquadrare in termini meno ristretti una questione delicata e complessa.











