di Luca Fiori
La Nuova Sardegna, 2 agosto 2026
“Abbiamo chiuso i manicomi con la legge Basaglia nel 1978, ma in realtà non sono mai scomparsi. Li abbiamo semplicemente spostati dentro le carceri”. Don Gaetano Galia, cappellano del carcere di Bancali da oltre vent’anni, parla quasi con rassegnazione dopo la morte del detenuto di 35 anni nel reparto sanitario della casa circondariale di Bancali. “Oggi negli istituti di pena finiscono persone con gravi disturbi psichici, tossicodipendenti, immigrati con profonde fragilità sociali. Il carcere è diventato il contenitore di tutto il disagio che lo Stato non riesce più a gestire. Ma il carcere non è un ospedale psichiatrico e non può sostituire le comunità terapeutiche”. Per il sacerdote sarebbe però un errore concentrare l’attenzione soltanto su Bancali. “Non bisogna trasformare questa vicenda in un processo a questo carcere. Il problema è nazionale ed è il frutto di decenni di immobilismo. Nessun governo ha avuto il coraggio di riformare davvero il sistema penitenziario, perché il carcere non porta consenso, non porta voti, porta solo dissenso. È un tema scomodo e per questo viene sistematicamente accantonato”.
Originario di Arborea, 66 anni, salesiano, psicopedagogista, il sacerdote ed ex insegnante è da moltissimi anni a Sassari, dove opera con grande passione e profonda competenza di formazione, consulenza pedagogica e prevenzione. Cappellano del carcere di Bancali da diversi anni, è il referente della Pastorale penitenziaria in Sardegna. Da quando ha appreso della tragedia in cui ha perso la vita Giuseppe Spanu non riesce a togliersi un pensiero dalla mente. “Ogni volta che accade una cosa del genere ti domandi se avresti potuto fare di più, dire una parola in più, fermarti ad ascoltare una persona qualche minuto ancora. Ma con circa seicento detenuti è impossibile intercettare ogni sofferenza, soprattutto quando il disagio resta nascosto fino all’ultimo”.
Don Galia difende anche il lavoro degli agenti della Polizia penitenziaria. “È troppo facile cercare un colpevole tra chi era in servizio quella notte. Gli agenti sono i primi a intervenire nelle emergenze e spesso mettono a rischio la propria vita, come dimostra anche quanto è accaduto a Bancali. Il vero problema è che lavorano da anni con organici insufficienti e senza un adeguato supporto”. Ma le carenze, sottolinea il cappellano, non riguardano soltanto il personale di sorveglianza. “Mancano educatori, psicologi, psichiatri, assistenti sociali e volontari. Le persone più fragili avrebbero bisogno di essere seguite ogni giorno, ascoltate, accompagnate in un percorso di recupero. Invece chi opera all’interno degli istituti è troppo poco rispetto ai bisogni reali”.
Il sacerdote punta il dito anche contro il silenzio che, a suo giudizio, accompagna tragedie come quella di Bancali. “Una morte in carcere dovrebbe scuotere il Paese e aprire un dibattito serio. Invece dopo poche ore cala il silenzio. I media nazionali hanno ignorato la notizia - aggiunge don Galia - finché queste vicende resteranno confinate nelle pagine di cronaca, la politica continuerà a non occuparsene”. Ma il suo pensiero è rivolto soprattutto alla vittima e ai familiari. “Sono vicino alla famiglia di Giuseppe e indignato per alcuni commenti che ho letto sui social. Ogni morte in carcere è una sconfitta dello Stato e dell’intera società - aggiunge don Galia - la pena deve servire a recuperare una persona, non a lasciarla sola con le sue fragilità. Se continuiamo a usare il carcere come risposta a ogni forma di disagio sociale e psichico, senza investire nella salute mentale e nei percorsi di recupero, tragedie come questa rischiano di ripetersi ancora”










