di Pier Giorgio Pinna
La Nuova Sardegna, 23 aprile 2015
Tra i pericoli lo studio dell'ambiente a fini criminali. "I detenuti? Più allarmanti le connivenze negli affari". "Il pericolo d'infiltrazioni con i detenuti al 41 bis diventerà concreto se i reclusi resteranno qui diversi anni di seguito". Enzo Ciconte non nasconde la preoccupazione per la Sardegna. Calabrese, professore universitario, consulente della commissione parlamentare antimafia, è uno studioso considerato uno dei massimi esperti italiani di Cosa Nostra, 'Ndrangheta, Camorra. Deputato del Pci-Pds dal 1987 al 1992,hascritto importanti libri incentrati sulla criminalità organizzata e sugli sviluppi delle sue ramificazioni.
Tempi e relazioni. "In 6-12 mesi famiglie e accompagnatori non saranno in grado di stabilire legami sul territorio - spiega il docente. Ma se la permanenza si protrarrà, crescerà l'idea di dar vita a cellule nella realtà locale. Il perché è chiaro. Parenti e amici hanno bisogno di arrivare in Sardegna alcuni giorni prima della visita e di trattenersi anche dopo per ragioni di viaggio: il fatto che l'isola non sia dietro l'angolo, faciliterà la loro permanenza vicino alle carceri, così come l'opportunità di costruire rapporti con l'interno e con l'esterno".
Le commistioni. "Certo, se assisteremo a una rotazione dei reclusi sottoposti a questo regime speciale di vigilanza, i pericoli diminuiranno - prosegue Ciconte. Ma se così non sarà, la situazione potrebbe diventare allarmante". "Basta pensare al passato e alle esperienze già viste altrove - incalza il professore. I complici dei detenuti al 41 bis possono intervenire fingendo di voler aiutare le aziende in difficoltà con l'immissione di denaro fresco, fare riciclaggi in operazioni immobiliari sull'isola, sondare in altri modi ancora la permeabilità del territorio".
Mutamenti in corso. "Molte cose d'altronde sono cambiate negli ultimi 10-15 anni - prosegue nel ragionamento Enzo Ciconte - Se non ne hanno proprio estrema necessità, i capimafia oggi non uccidono più: preferiscono seguire le piste del denaro e investire i soldi sporchi.
Ecco perché il "cuore" del regime di detenzione al 41 bis, attraverso il divieto assoluto di mantenere contatti con l'esterno del penitenziario, è proprio quello di evitare che dalle loro celle i boss continuino a dare ordini e a poter gestire i loro affari criminali".
Diverso parere. Meno convinto di un rischio strettamente legato alle carceri si dice invece un altro grande esperto di mafie: Antonio Nicaso. "Temo di più - puntualizza - i canali classici d'infiltrazione: acquisto di ville e residence nelle zone turistiche, acquisizione di quote di industrie e imprese in difficoltà, collegamenti nelle realtà locali per il traffico degli stupefacenti". Calabrese anche lui, è un giornalista, scrittore e ricercatore ritenuto uno dei maggiori conoscitori della 'Ndrangheta: "L'organizzazione oggi più forte e ramificata, che fra l'altro può vantare il monopolio assoluto sul controllo della cocaina in Europa", ricorda.
Analisi ad ampio raggio. Da studioso di questi temi Nicaso tiene corsi di storia delle organizzazioni criminali al Middlebury College, in Vermont, Usa. Vive e lavora per parte dell'anno in Nord America. È componente del comitato scientifico del Nathanson Centre on Transnational Human Rights, Crime and Security, all'Università di York, in Canada, e nel 2012 è stato nominato condirettore del Centro di semiotica forense al Victoria College dell'ateneo di Toronto.
Le rassicurazioni. "Sul piano tecnico l'arrivo nell'isola di carcerati al 41 bis non dovrebbe rappresentare un problema ribadisce lo specialista - Questi detenuti devono trascorrere la gran parte della giornata in isolamento. Il periodo d'aria è ammesso per gruppi che non superano mai le quattro persone. Gli stessi colloqui con parenti e familiari non possono essere frequenti come per gli altri reclusi. Insomma, io vedo un pericolo maggiore: quello che può invece scaturire dal trattamento previsto per chi è sottoposto ai regimi dell'alta sicurezza".
Gli sbarchi. "Di sicuro, se si dovesse trasformare l'isola in una Cajenna del Mediterraneo, allora sì che la questione cambierebbe: potrebbero sorgere gravi difficoltà", aggiunge Nicaso. Ma visto che secondo lui quest' eventualità non è realistica, c'è al contrario da preoccuparsi per le connivenze legate a edilizia e operazioni immobiliari, alle energie rinnovabili come l'eolico, allo spaccio di coca e marijuana, soprattutto con l'aumento dei consumi nel periodo estivo. Fatti che hanno già permesso di accertare in Sardegna relazioni pericolose. "Perché sono proprio queste, più che le contaminazioni carcerarie, le situazioni che facilitano la diffusione delle mafie sul territorio", sostiene in ultima analisi il criminologo.









