di Paoletta Farina
La Nuova Sardegna, 27 novembre 2019
Progetto del Polo universitario carcerario di Bancali: un team al femminile insegna la "sorellanza". "Riparto da me". Tre parole in cui è condensata l'esperienza che sta vivendo una decina di detenute del carcere di Bancali. Grazie a un progetto del Polo universitario penitenziario, creato e proposto da un gruppo di volontarie di cui fanno parte la docente e delegata al Pup per il Dipartimento di Agraria, Marilena Budroni, Caterina Arru, direttrice della Biblioteca universitaria, Rita Marras, da sempre impegnata nella tutela dei detenuti, la naturopata Angela Sanna e la counselor Laura Masala.
Il progetto è stato fortemente voluto anche dal delegato rettorale Emmanuele Farris e dalla responsabile dell'Area trattamentale del carcere di Bancali Ilenia Troffa. Il Pup dell'Università da diversi anni porta avanti un lavoro di orientamento e istruzione universitaria all'interno di diversi istituti penitenziari (oltre Sassari, Alghero, Tempio e Nuoro) e che ha già visto numerosi detenuti conseguire una laurea. Era quindi tempo di provare ad interagire con le donne carcerate, minoranza spesso dimenticata.
Un team tutto al femminile si è messo all'opera, coinvolgendo prima di tutto gli educatori, e dal 7 novembre (e lo farà fino al prossimo mese) incontra settimanalmente le donne in carcere per offrire strumenti utili di consapevolezza delle capacità e delle potenzialità di ogni persona. Perché le donne abbiano la possibilità di costruire autostima già in carcere e un futuro quando le sbarre si riapriranno e ci sarà una nuova vita a cui andare incontro. È infatti dimostrato che le donne sono punti di snodo fondamentali per sovvertire il degrado e la violenza familiare, un destino che spesso sembra ineluttabile e che può non esserlo se le donne cambiano la percezione di se stesse.
Un percorso reso possibile anche dalla direttrice del carcere, Elisa Milanesi, e dagli educatori che hanno aderito mettendo in campo le loro competenze e affiancando il gruppo di volontarie. "Un progetto innovativo e unico in questo momento nelle carceri italiane, dove la collaborazione tra Università, Area trattamentale e libere professioniste consente di ottenere sinergie a vantaggio delle detenute, ma anche delle istituzioni coinvolte", spiega la responsabile Marilena Budroni.
La popolazione carceraria femminile, a Bancali è una minoranza di appena 11 donne rispetto ai 451 detenuti complessivi. Donne con un livello basso di istruzione, molte straniere, così che anche la comunicazione non è sempre facile.
Perciò, gli incontri non hanno un approccio didattico di tipo accademico, ma tendono a creare anche al di là dei temi che vengono affrontati, un rapporto tra donne che vivono all'interno di una casa di reclusione e donne che vivono al di fuori, in uno scambio reciproco di condivisione di esperienze e vita.
"Direi che il fine ultimo è di creare una "sorellanza" che regala a tutte le donne coinvolte arricchimento, e consapevolezza che la diversità è un bene da coltivare, che niente è mai perduto e che si può ricominciare a credere in se stesse anche in carcere", afferma Budroni. Le emozioni sono palpabili ad ogni incontro, a partire dal primo di presentazione del progetto, per le rose regalate alle detenute e tanti altri momenti di grande empatia si sono creati da quando sono cominciati gli appuntamenti settimanali.
Sedute in cerchio, si pratica tutte insieme autostima, yoga e meditazione, utili - come è stato dimostrato in altre carceri che già hanno avviato questo tipo di sperimentazione - contro stress, conflitti e autolesionismo. Si impara a prendersi cura di mente e il corpo, del proprio benessere fisico attraverso l'aroma terapia e la naturopatia di genere, a praticare una alimentazione sana e adottare uno stile corretto di vita.
"Le detenute, dopo una diffidenza iniziale, stanno partecipando con curiosità e gradimento - racconta Marilena Budroni - e anche per noi si è aperta un'opportunità di conoscenza e comprensione di una realtà troppo spesso ignorata. Ci siamo trovate di fronte a persone profondamente vere, con un passato di violenze subite ma che hanno voglia di riscatto e noi vogliamo offrire loro gli strumenti per poter arrivare a una rinascita. Anche la violenza sulle donne si combatte rafforzando le donne".
Con il progetto "Riparto da me" il Polo universitario penitenziario aggiunge un nuovo tassello alla missione educativa nei confronti della popolazione carceraria, perché è la cultura che può sconfiggere la violenza.










