di Franco Insardà
Il Dubbio, 28 agosto 2026
Dal 21 agosto è legge la riforma voluta dal ministro Nordio che prevede la possibilità, a determinate condizioni, per i detenuti tossicodipendenti di scontare la pena ai domiciliari o in comunità di recupero. È una riforma che arriva mentre nelle carceri italiane il problema della dipendenza continua a intrecciarsi con quello della salute mentale, del sovraffollamento e della carenza di percorsi terapeutici. E arriva, in Sardegna, mentre una madre piange la morte del figlio di 35 anni, Giuseppe Spanu, deceduto alla fine di luglio nel carcere di Bancali dopo l’incendio appiccato nella cella del reparto sanitario. A tre settimane dalla morte del 35enne di Nulvi resta aperta la domanda su quanto accaduto nelle ultime ore di vita del giovane. La Procura sta ancora svolgendo gli accertamenti per ricostruire la dinamica dell’incendio e stabilire eventuali responsabilità.
A riportare nuovamente l’attenzione sulla vicenda è stata la garante regionale delle persone private della libertà, Irene Testa, che ha raccontato una lunga telefonata avuta con Elena, la madre di Giuseppe. Una testimonianza che restituisce soprattutto il dolore di una famiglia e le difficoltà affrontate dal giovane prima e durante la detenzione. “Oggi ho sentito Elena, la mamma di Giuseppe, morto nel carcere di Bancali dentro una cella rovente”, ha scritto Testa sui suoi social. La garante ha precisato che saranno la magistratura e le indagini a stabilire “come sia potuto accadere e quali siano state le responsabilità”. Ma dietro l’inchiesta giudiziaria, ha sottolineato, c’è la storia personale di un ragazzo segnato da fragilità psichiche e problemi di dipendenza.
Secondo il racconto riferito dalla garante, Giuseppe era molto legato alla madre. Era entrato nel circuito penale per piccoli reati, all’interno di una vicenda personale caratterizzata dal disagio psichiatrico e dall’abuso di sostanze. Una condizione di fragilità che, secondo Testa, avrebbe richiesto soprattutto interventi sanitari e sociali prima ancora dell’ingresso in carcere. È proprio questo uno degli aspetti sui quali la madre continua a interrogarsi. Elena, racconta la garante, non riesce a comprendere come suo figlio abbia potuto morire mentre si trovava sotto la custodia dello Stato. “Non mi ha chiamata per essere consolata - ha riferito Testa - ma perché non riesce a capacitarsi di ciò che è accaduto”.
Nel racconto della madre ci sono anche le telefonate ricevute dal figlio durante la detenzione. Giuseppe le avrebbe più volte detto di stare male, di avere caldo, di non riuscire più a sopportare la permanenza in carcere. “Mi diceva che stava male, che aveva caldo, che in carcere stava impazzendo”, è il senso delle parole che Elena avrebbe riferito alla garante. Sono frasi che, alla luce della tragedia, assumono un peso ancora maggiore. Il giovane si trovava infatti nella sezione sanitaria dell’istituto quando, secondo una prima ricostruzione ancora al vaglio degli inquirenti, si sarebbe barricato nella cella, avrebbe ostruito l’ingresso e dato fuoco al materasso e agli arredi.
Gli agenti della Polizia penitenziaria intervenuti per soccorrerlo si sarebbero trovati davanti a una situazione estremamente difficile, con fumo e fiamme che impedivano di raggiungere rapidamente il detenuto.
Quando sono riusciti ad accedere alla cella, Giuseppe si sarebbe rifugiato nel bagno. Nove poliziotti sono rimasti ustionati o intossicati durante le operazioni di soccorso. L’autopsia, affidata al medico legale Jessica Sanna, non sarebbe però stato sufficiente da sola a chiarire ogni aspetto della morte e sarebbero necessari ulteriori accertamenti. Saranno quindi gli esami medico-legali e l’attività investigativa a stabilire con precisione le cause del decesso e la sequenza degli eventi. Intanto, per la famiglia, resta il dolore per una morte arrivata dopo un percorso segnato dalla sofferenza. Elena ha potuto vedere il corpo del figlio dopo l’autopsia.
Un momento che, secondo il racconto di Testa, è rimasto impresso nella sua memoria. La donna avrebbe continuato a parlare del sorriso di Giuseppe, cercando di riconoscere nel volto del figlio quella persona che conosceva prima della detenzione e delle difficoltà. È soprattutto attraverso la voce della madre che emerge la dimensione umana della vicenda. “Giuseppe era un bravo ragazzo, bello, legatissimo a sua madre”, ha raccontato la garante. Un ragazzo che, prima di arrivare in carcere, avrebbe avuto bisogno di cure e di un percorso di accompagnamento adeguato alla sua condizione.
Da qui la riflessione più ampia sollevata da Testa sulle risposte offerte alle persone con problemi psichiatrici e di dipendenza. Secondo la garante, troppe volte il carcere finisce per diventare il luogo nel quale arrivano persone che, prima, non hanno trovato fuori dalle mura penitenziarie una comunità, un servizio sanitario o una rete sociale in grado di occuparsi di loro.
La vicenda di Giuseppe si inserisce così in un quadro più generale di difficoltà del sistema penitenziario sardo. La relazione annuale, presentata dalla garante sarda alla fine di maggio, aveva evidenziato, in particolare, la forte presenza di detenuti con problemi psichiatrici, dipendenze e necessità di terapie continuative. A Uta, su 729 detenuti presi in esame, il 92% risultava sottoposto a terapie continuative; il 48,56% assumeva terapie di tipo psichiatrico, mentre il 34,29% presentava patologie psichiatriche conclamate. L’8,64% seguiva invece una terapia metadonica. Anche Bancali deve fare i conti con un numero di detenuti superiore alla capienza regolamentare. La struttura, progettata per 458 posti, ospita circa 572 persone secondo le rilevazioni citate, con un livello di occupazione che supera il 100%. Nel carcere sassarese è inoltre presente una sezione dedicata al regime di 41-bis, con oltre 90 detenuti.
In questo contesto, la morte di Giuseppe riporta al centro non soltanto le responsabilità da accertare per quanto avvenuto nella cella, ma anche il tema della presa in carico delle persone più fragili. La madre, attraverso il dolore per la perdita del figlio, pone una domanda che va oltre il singolo caso: perché Giuseppe non sia riuscito a trovare prima un percorso di cura capace di sottrarlo alla spirale della dipendenza, della sofferenza psichica e dei problemi giudiziari. “Quante persone fragili finiscono ancora in carcere perché fuori non hanno trovato una cura, una comunità o un servizio capace di prenderle in carico?”, è la domanda posta dalla garante. Per Elena, ha raccontato Testa, l’unica forma possibile di giustizia passa ora dalla verità.









