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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 24 dicembre 2019

 

Almeno cinque i casi denunciati. Indaga la Procura, il Dap avvia gli accertamenti. Le violenze sarebbero avvenute in un contesto già difficile: acqua che cola dai tetti e sezioni del 41bis costruite sotto il livello del terreno.

Modalità dure delle perquisizioni nelle celle, attività di controllo sui reclusi che sarebbero state filmate con uno smart-phone. Parliamo di presunti maltrattamenti che sarebbero stati perpetuati nei confronti di alcuni detenuti del carcere sardo di Sassari, il Bancali. Almeno cinque i casi denunciati e la Procura di Sassari ha affidato il caso al Nucleo di polizia giudiziaria della Polizia penitenziaria per investigare sull'accaduto.

I primi a muoversi sono stati i magistrati del tribunale di Sorveglianza di Sassari, che avrebbero sentito subito le presunte vittime dei maltrattamenti. Quindi le segnalazioni sono arrivate alla Procura e al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. È trapelato che tra le persone sentite nei giorni scorsi ci sarebbero operatori in forze all'Istituto sassarese, soggetti che avrebbero confermato le segnalazioni dei detenuti. Il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria (Dap) in Sardegna, Maurizio Veneziano, conferma di aver ricevuto la delega dal Capo Dipartimento per avviare accertamenti di natura ispettiva e amministrativa sulla vicenda che riguarderebbe episodi segnalati negli ultimi mesi. Verifiche che inizieranno subito dopo le festività, presumibilmente a metà gennaio.

Le presunte violenze arrivano in un contesto difficile e si aggiunge alla situazione logistica e ambientale già pesante. Acqua che cola dai tetti ogni volta che piove, con i temporali che spesso fanno saltare la corrente elettrica. Sciacquoni dei water nelle celle vuoti da mesi, muffa e infiltrazione nei muri. Problemi nell'area educativa, che non funziona, ma anche per fare una semplice telefonata a parenti o legali.

Mensa, anche della Polizia penitenziaria, sporca con cibi di qualità e quantità inadeguata. Pochissimi mediatori culturali, che nulla possono fare per risolvere i problemi di interazione con le 27 etnie presenti. Come se non bastasse c'è il problema strutturale del 41bis. Relativamente nuovo è l'Istituto di Sassari, che ha sostituito il vecchio "San Sebastiano" di ben triste memoria, caratterizzato però dalla presenza di un reparto detentivo speciale (41bis) sotto il livello del terreno ove sorgono le altre sezioni: una scelta però non dovuta alla tipologia del terreno.

Le cinque sezioni scendono gradatamente, con una diminuzione progressiva dell'accesso dell'aria e della luce naturale, che filtrano solo attraverso piccole finestre poste in alto sulla parete, corrispondenti all'esterno al livello di base del muro di cinta del complesso. Per tale motivo, sia le persone detenute nelle proprie stanze che il personale nei propri locali devono tenere continuamente la luce elettrica accesa per sopperire alla carenza di quella naturale. Ma non finisce qui.

Nonostante la forte presenza di un elevato numero di persone detenute in regime di alta sicurezza o 41bis in Sardegna, non è disponibile un Servizio di assistenza intensiva (Sai) che possa essere utilizzato a tutela della loro salute. Infatti, il Sai dell'Istituto di Sassari - strutturato originariamente per coloro per i quali era disposta una detenzione secondo tali regimi - è stato da due anni trasformato in un Centro di osservazione psichiatrica e l'unico altro Sai della Regione, che si trova nell'Istituto di Cagliari- Uta, è esclusivamente per coloro che sono detenuti in regime di normale sicurezza. E adesso al carcere di Sassari si aggiunge anche un'inchiesta da parte della Procura.